FOTOGRAFIA PER ORGANI CALDI

a chi piace elemosinare?

a chi piace elemosinare

ogni tanto mi arriva un messaggio su whatsapp da qualcuno che non sento da anni. ormai li riconosco ancora prima di aprirli. non perché io abbia sviluppato qualche potere particolare, semplicemente perché iniziano tutti nello stesso modo. “ciao, come stai?” e già quella domanda, detta da una persona che non si interessa alla mia esistenza dal 2019, possiede una tenerezza tutta sua. è come quando il tuo operatore telefonico ti chiama per sapere se sei soddisfatto del servizio. sai perfettamente che non gliene frega un cazzo, ma per quei cinque secondi la conversazione finge di essere qualcos’altro. poi arriva il resto. il mini servizio fotografico. lo sconto. gli ultimi tre posti. il link. qualche emoji scelta con la stessa cura con cui uno decide dove mettere il prezzemolo su un piatto che ormai è già freddo.

ogni volta mi succede la stessa cosa. invece di pensare “che palle”, mi ritrovo a immaginare la persona che ha scritto quel messaggio. me la immagino davanti al computer mentre cambia la data, sostituisce “primavera” con “estate”, lascia intatto tutto il resto e, prima di premere invio, si concede quei dieci secondi che ormai conosciamo tutti. quelli in cui speri ancora di poterti convincere che non stai disturbando nessuno. è una sensazione stranissima. credo che chiunque abbia provato a vivere di fotografia la conosca. a un certo punto smetti perfino di chiederti se quel messaggio funzioni davvero. ti basta che funzioni abbastanza da farti arrivare alla fine del mese senza dover spiegare ai tuoi genitori, al tuo commercialista o a te stesso perché hai deciso di trasformare una passione in una professione che, molto spesso, assomiglia più a un esperimento sociale che a un mestiere.

ecco, è in quel punto che la faccenda comincia a interessarmi. non il messaggio. quello è quasi noioso. mi interessa la persona che lo scrive. perché, se sono onesto fino in fondo, quella persona ogni tanto sono stato anch’io. non con le liste broadcast, grazie a dio, ma con quella sensazione molto precisa di dover continuamente ricordare al mondo che esisto. è un’ossessione buffa. da una parte diciamo che la fotografia è il linguaggio dell’invisibile, della memoria, dell’identità, tutte parole enormi che fanno sempre una gran figura nei festival. dall’altra passiamo metà della giornata a combattere con un algoritmo che decide se la fotografia del nostro cane riceverà diciassette like oppure ventidue. è una sproporzione che, se uno ci pensa abbastanza, rasenta il comico.

ci raccontiamo continuamente che il marketing serve a vendere. non ne sono più così convinto. qualche volta serve soprattutto a tranquillizzarci. è una differenza enorme.

perché, se oggi nessuno mi chiama e io passo il pomeriggio a costruire una landing page, a programmare post, a segmentare una mailing list o a guardare un corso su come trovare clienti senza uscire di casa, posso convincermi di stare lavorando. magari lo sto facendo davvero, ci mancherebbe. il problema è che, molto spesso, tutta quella frenesia assomiglia a certe persone che, durante un litigio importante, iniziano improvvisamente a riordinare la cucina.

ho sempre trovato curioso il modo in cui certi guru riescono a raccontare la fotografia. non parlano quasi mai di fotografie. parlano di conversioni, funnel, posizionamento, nicchie, target. è un lessico affascinante, molto ordinato, molto rassicurante. dà l’impressione che esista una spiegazione tecnica per qualsiasi fallimento. se non arrivano clienti, il problema non sei tu. è il funnel. se nessuno compra le tue fotografie, probabilmente hai sbagliato la call to action. se il workshop è rimasto vuoto, hai pubblicato il reel all’ora sbagliata. è una visione del mondo incredibilmente comoda perché elimina la parte più dolorosa della faccenda.

la possibilità che il problema siano le fotografie.

oppure, peggio ancora, che non ci sia nessun problema.

che semplicemente il mondo non ci stesse aspettando.

questa è un’idea che ho iniziato ad accettare molto lentamente. all’inizio mi sembrava quasi offensiva. passavo ore a fotografare, compravo libri, studiavo, uscivo quando gli altri dormivano e rientravo quando ormai era buio. da qualche parte dentro di me si era insinuata la convinzione che tutto quell’impegno producesse una specie di credito morale. una ricompensa. come se l’universo, prima o poi, dovesse voltarsi e dire: “hai sofferto abbastanza, adesso tocca a te.”

non funziona così.

non ha mai funzionato così.

forse è questo il motivo per cui certi messaggi mi fanno così tenerezza. non perché siano scritti male. ne ho letti di molto peggiori. mi fanno tenerezza perché conosco perfettamente quella sensazione. la conosco così bene da averla provata anch’io, magari in forme diverse, magari senza liste broadcast e senza offerte a tempo, ma con la stessa identica fame. quella sensazione che ti prende quando pubblichi una fotografia e, senza nemmeno accorgertene, inizi ad aprire instagram ogni dieci minuti. fai finta di controllare i commenti. in realtà stai controllando te stesso. vuoi capire se esisti ancora.

è una forma di elemosina molto elegante.

l’attenzione è una moneta curiosa. più ne ricevi, meno riesce a saziarti. all’inizio bastano dieci like. poi diventano cento. poi mille. poi inizi a dire che i numeri non ti interessano e continui comunque a guardarli con la stessa ostinazione con cui certi giocatori controllano il gratta e vinci anche quando hanno già capito di non aver vinto niente. non lo fanno per il denaro. lo fanno per quei tre secondi in cui tutto sembra ancora possibile.

forse è per questo che diffido sempre un po’ di chi promette formule definitive. non perché siano tutte false. alcune funzionano perfino. il problema è che rischiano di alimentare la parte più fragile di noi, quella che continua ostinatamente a credere che basti trovare il metodo giusto perché qualcuno, finalmente, ci scelga.

col tempo ho iniziato a sospettare che la domanda fosse un’altra. non “come faccio a trovare più clienti?” ma “perché ho così tanto bisogno di essere scelto?” è una domanda decisamente meno redditizia. non ci costruisci un webinar. non ci fai una landing page. non puoi venderla con lo sconto del trenta per cento valido fino a domenica.

però è una di quelle domande che, quando finalmente ti decidi a guardarti in faccia, ha la fastidiosa abitudine di continuare a seguirti anche dopo che hai spento il computer.

e, tutto sommato, credo che sia un’ottima compagnia.

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