FOTOGRAFIA PER ORGANI CALDI

cinque anni in dieci minuti.

lettura portfolio

la cosa più triste non era il fotografo famoso. non era nemmeno la fila, il badge, il festival, il tavolino con due sedie e quell’aria da ambulatorio culturale dove entri con un portfolio e speri di uscire con una diagnosi. la cosa più triste era vedere tutti noi lì, in silenzio, con le nostre cartelline, le stampe sistemate dieci volte, i discorsi preparati in testa, ognuno convinto di essere andato per ricevere un parere e invece arrivato, senza volerlo ammettere, per chiedere una specie di assoluzione.

non ricordo quasi niente delle fotografie che vidi quel giorno. ricordo il badge appeso al collo, il caffè bevuto troppo in fretta, la gente che apriva e richiudeva il portfolio come se, sfogliandolo per l’ennesima volta, le immagini potessero migliorare da sole. è una cosa ridicola, ma molto umana. quando non puoi più cambiare niente, controlli. come quando ti capitano delle carte di merda in una mano di poker. controlli l’ordine, la stampa, il bordo, la sequenza, il modo in cui dirai le prime due frasi. poi arriva il tuo turno e scopri che tutto quello che avevi preparato suona improvvisamente finto.

arrivi con una scatola piena di stampe. dall’altra parte c’è uno che magari hai ammirato per anni, uno di quelli che hai visto nei libri, nei festival, nelle interviste, uno che per te rappresenta qualcosa anche se razionalmente sai che è solo una persona seduta davanti a un tavolo con ancora troppe letture da fare e probabilmente un pranzo schifoso in programma. tu appoggi lì il portfolio con la delicatezza di chi sta mettendo sul tavolo una parte del proprio sistema nervoso. lui lo apre.

e lì comincia la parte imbarazzante.

non per lui.

per te.

perché ti accorgi che non vuoi davvero un parere. non solo. vuoi che qualcuno ti dica che non hai perso tempo, che tutte quelle mattine, quelle passeggiate, quelle fotografie sbagliate, quei soldi buttati in stampe, libri, viaggi, rullini, hard disk e cazzate varie avevano un senso. vuoi che uno sconosciuto, possibilmente importante, metta una firma provvisoria sotto la tua ossessione e dica: va bene, puoi continuare.

è una richiesta assurda.

eppure eravamo tutti lì per quello.

le letture portfolio hanno qualcosa dello speed date e qualcosa della confessione. dieci minuti per piacere. dieci minuti per spiegare chi sei senza sembrare disperato. dieci minuti per fare finta che quelle fotografie parlino da sole mentre tu, nel frattempo, parli sopra di loro come un avvocato mediocre che sa benissimo che l’imputato non se la sta cavando troppo bene.

la cosa comica è che diciamo sempre che le fotografie devono funzionare senza spiegazioni. poi paghiamo, ci registriamo, facciamo la fila e ci sediamo davanti a qualcuno per spiegargliele.

non lo dico con superiorità. ci sono stato anche io, con la mia scatola, la mia ansia e quella ridicola speranza di uscire da lì un po’ più legittimato di prima. soltanto che a un certo punto mi è sembrata una scena di una tristezza quasi perfetta. lui girava le stampe, io cercavo di interpretare il suo volto, ogni micro-espressione diventava un verdetto, ogni pausa sembrava contenere una diagnosi. bastava un mezzo sorriso per farmi respirare, bastava un silenzio di due secondi in più per farmi pensare che forse avevo sbagliato tutto.

non era colpa sua.

questa è la parte peggiore.

non era cattivo, non era stronzo, non era nemmeno disinteressato in modo particolare. stava semplicemente facendo quello per cui era lì. ascoltare, guardare, dire qualcosa, passare al prossimo. per lui era una lettura portfolio. per me era un piccolo processo personale travestito da confronto professionale.

ed è proprio questa asimmetria che mi ha messo addosso una malinconia feroce.

lui mi ha concesso dieci minuti.

io ho impiegato anni.

anni a convincermi che quelle immagini fossero abbastanza solide da stare in piedi davanti a qualcuno. anni a selezionare, togliere, rimettere, cambiare ordine, dubitare, stampare, riguardare, vergognarmi, riprovarci. poi arriva il festival e tutta quella roba finisce dentro una slot temporale, tra uno sconosciuto prima di te e uno sconosciuto dopo di te. nome, cognome, progetto, dieci minuti. avanti il prossimo.

forse è normale.

anzi, probabilmente lo è.

il mondo funziona così. nessuno può prendersi davvero in carico il peso emotivo che noi mettiamo nelle cose che facciamo. sarebbe impossibile, oltre che abbastanza insopportabile. il problema è che noi continuiamo a sperarlo. continuiamo a presentarci davanti a tavoli, giurie, concorsi, festival, editor, fotografi famosi, come se da qualche parte esistesse ancora qualcuno capace di guardarci e dire la frase che vorremmo sentirci dire da anni.

non so nemmeno quale sia, quella frase.

forse “hai qualcosa”. forse “continua”. forse “non sei completamente fuori strada”.

frasi minuscole, quasi stupide, eppure capaci di reggere addosso un peso sproporzionato.

quando sono uscito da quella lettura non ricordo se fossi contento o deluso. ricordo soltanto una specie di vuoto. non il vuoto drammatico da nouvelle vague, più una stanchezza banale, fisica, quella che ti viene dopo aver parlato troppo di una cosa a cui tieni con qualcuno che non poteva tenerci allo stesso modo. e non perché fosse una brutta persona. semplicemente perché non era la sua vita.

era la mia.

ed è stato forse lì, in mezzo a quel festival pieno di fotografie, badge, tavolini, tote bag, cataloghi e gente performativa vestita come se avesse appena finito di fotografare una rivoluzione molto ben curata graficamente, che ho capito una cosa abbastanza scomoda. nessuno può autorizzarti davvero. possono consigliarti, criticarti, incoraggiarti, ignorarti, perfino capirti per dieci minuti se sei fortunato. ma non possono toglierti di dosso la responsabilità più fastidiosa, quella di decidere se il lavoro che stai facendo merita abbastanza da continuare anche senza applausi, senza diagnosi e senza la benedizione provvisoria di uno sconosciuto seduto dall’altra parte di un tavolo.

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