“mi fai due scatti?”
lo dice sempre quella persona che, se tu gli chiedessi “mi fai due dichiarazioni dei redditi?”, chiamerebbe la guardia di finanza, la madre e forse anche un prete.
però con la fotografia no. con la fotografia si può. l
a fotografia, nella testa di molta gente, non è un lavoro: è una strana capacità manuale, tipo aprire i barattoli troppo stretti o capire perché la stampante non funziona. una cosa che possiedi e quindi, in fondo, devi mettere a disposizione.
la parte più interessante, secondo me, non è nemmeno la richiesta. è quel “due”. perché nessuno vuole davvero due fotografie. due fotografie non servono a niente, a meno che tu non stia rinnovando la carta d’identità o cercando di dimostrare a un assicuratore che qualcuno ti ha rigato la macchina. “due” è una parola anestetica. serve a rimpicciolire il favore prima ancora di chiederlo, a renderlo innocuo, domestico, quasi ridicolo da rifiutare. non ti sto chiedendo di lavorare. non ti sto chiedendo tempo, impegno, presenza, responsabilità, selezione, postproduzione, consegna, gusto, esperienza, ansia, backup, batteria carica, schede vuote, schiena rotta, pazienza diplomatica e quella specie di sorriso professionale con cui fai finta che vada tutto bene mentre qualcuno ti spiega controluce come vuole essere fotografato. ti sto chiedendo due scatti. due. una cosa minuscola.
e infatti subito dopo arriva quasi sempre l’altra frase, quella che dovrebbe rassicurarti e invece ti fa venire voglia di infilare una reflex in un frullatore: “ma niente di professionale, eh”. che è meravigliosa, se ci pensi, perché ti stanno chiedendo proprio il tuo lavoro, però nella versione in cui non deve sembrare il tuo lavoro, altrimenti poi bisognerebbe forse pagarlo, rispettarlo, organizzarlo, chiamarlo con il suo nome. “niente di professionale” significa: vorrei il risultato di una competenza, ma senza il peso sociale della competenza. vorrei che venisse bene, ovviamente, perché se viene male poi è colpa tua, ma vorrei continuare a pensare che sia una cosa semplice, spontanea, quasi accidentale, così posso raccontarmi che non ti sto usando, sto solo approfittando di una tua naturale inclinazione a premere pulsanti in favore del prossimo.
la fotografia paga ancora il prezzo della propria somiglianza con qualcosa di facile. è questa la fregatura. se uno ti vede operare un ginocchio, anche se non capisce niente di legamenti, intuisce che forse lì dentro succede qualcosa. se ti vede progettare un ponte, firmare un atto, compilare un bilancio, programmare una macchina industriale o anche solo tagliare i capelli, percepisce una distanza. c’è un sapere, un rischio, una competenza che non gli appartiene. invece la fotografia ha la sfortuna di concludersi, almeno in apparenza, con un dito che si abbassa. click. un gesto che anche un bambino può fare, e infatti i bambini lo fanno benissimo, producendo spesso immagini più interessanti di molti adulti che hanno visto tre tutorial sulla composizione e ora parlano di diagonali come se avessero scoperto la penicillina. il problema è tutto quello che succede prima e dopo quel click, cioè praticamente tutto, ma quello non si vede, quindi per molte persone non esiste.
per anni, però, anche noi fotografi abbiamo collaborato a questa truffa. io almeno l’ho fatto. ho lasciato credere che fosse naturale, immediato, istintivo, perché dire “mi viene facile” suonava molto meglio di “ho passato anni a fare schifo in modi sempre leggermente diversi”. volevamo sembrare talentuosi, non faticosamente competenti. volevamo quell’aura da persone attraversate dalla visione, non da poveri disgraziati che tornano a casa con settecento file quasi identici e passano la notte a decidere quale sopracciglio sia meno fuori posto. così abbiamo alimentato il mito. abbiamo detto “ma sì, tranquillo”, “tanto porto la macchina”, “poi vediamo”, “ne faccio qualcuna”. abbiamo scattato compleanni, battesimi, eventi, profili linkedin, foto per il sito, foto per il ristorante dell’amico, foto per l’amica che apre il centro olistico e vuole qualcosa di autentico ma elegante, naturale ma curato, spontaneo ma non troppo spontaneo, perché la spontaneità va benissimo finché non mostra il culo.
il fotografo invitato a una festa, poi, è una figura tragica. non è mai davvero invitato. è in prova. può anche bere, certo, può anche mangiare due tartine e fingere di partecipare alla conversazione, ma tutti sanno che a un certo punto qualcuno dirà: “ma hai portato la macchina?”. e lì la serata cambia natura. non sei più un ospite. sei diventato parte della festa. come il catering, le luci, la playlist, il bagno al piano di sopra. inizi a muoverti tra persone che ti dicono di fare foto spontanee mentre si mettono in posa con la naturalezza di ostaggi durante una telefonata alla famiglia. “fammi venire bene”, ti dicono, come se tu avessi accesso a un pannello segreto della realtà, una specie di cursore metafisico con cui alzare zigomi, abbassare ansia, rimuovere anni di sonno pessimo e cattive decisioni. e se non ci riesci, se la fotografia restituisce qualcosa di troppo simile alla persona fotografata, allora il problema diventa misteriosamente tuo.
“due scatti” non è mai solo una richiesta. è una visione del mondo. dentro quella frase c’è l’idea che il tempo creativo sia un tempo elastico, gratuito, disponibile, un tempo che non appartiene davvero a chi lo possiede perché, in fondo, se ti piace farlo, dovresti essere contento di farlo. questa è una delle perversioni più eleganti del lavoro creativo: l’amore come sconto automatico. siccome ami fotografare, fotografare per me dovrebbe costarti meno, forse niente, forse dovresti addirittura ringraziarmi perché ti sto dando un’occasione per esercitare la tua passione, come se il padrone di un ristorante dovesse sentirsi onorato quando entro, ordino una carbonara e poi gli spiego che in fondo lui ama cucinare. è un ragionamento che regge solo quando riguarda gli altri. nessuno va dal dentista dicendo “ma dai, ti piacciono i denti, fammene due gratis”. nessuno telefona all’idraulico dicendo “passi un attimo? niente di professionale, giusto due tubi”. però il fotografo sì. il fotografo ha questa aria sospetta da persona che, se non lo sfrutti tu, probabilmente si sfrutta da sola.
e la cosa peggiore è che spesso è vero.
perché noi, soprattutto all’inizio, ci sfruttiamo da soli con una dedizione commovente. accettiamo “due scatti” perché speriamo che diventino qualcosa. un contatto, una possibilità, una pubblicazione, un cliente. il fotografo emergente vive per anni dentro questa economia del forse. forse poi mi richiama. forse gira il nome. forse mi presenta qualcuno. forse almeno pubblica taggandomi, che è la forma contemporanea dell’elemosina con ricevuta fiscale. e nel frattempo che fai? consegni, sistemi, aspetti, ringrazi, mandi la cartella wetransfer e passi due giorni a controllare se hanno scaricato i file, perché la dignità, quando entra nel cloud, assume forme molto ridicole.
poi arriva il cliente vero, quello che almeno finge di essere un cliente, e ti dice che gli servono “giusto due foto per i social”. anche lì: giusto. altra parola meravigliosa. giusto due foto. come se i social fossero un luogo meno reale, una specie di cassonetto luminoso dove si può buttare qualsiasi immagine purché abbia un formato verticale e un vago senso di ottimismo. “ci servono contenuti”, dicono, e io ogni volta penso che “contenuti” sia la parola con cui abbiamo finalmente smesso di distinguere tra una fotografia, una pubblicità, una confessione personale, un video di uno che impasta il pane e un cane con gli occhiali. tutto è contenuto. anche noi, probabilmente, a un certo punto saremo contenuto per qualcuno, magari in un reel motivazionale sulla resilienza montato con una musica triste e una voce che dice che devi credere nel processo.
“giusto due foto per i social” però significa quasi sempre: vogliamo immagini che sembrino casuali ma non lo siano, professionali ma non intimidatorie, curate ma non costruite, belle ma non troppo pubblicitarie, autentiche ma con il logo visibile, fresche ma coerenti con il brand, naturali ma capaci di vendere qualcosa a persone che non vogliono sentirsi vendere niente. in pratica ti stanno chiedendo di risolvere un problema culturale, commerciale, estetico e psicologico con la leggerezza di uno che scatta una foto al cappuccino. poi, quando mandi il preventivo, scopri che tutta quella complessità aveva un budget che si può riassumere in una pizza e una birra piccola, non media, per la media non c’è budget.
non voglio fare il martire del settore, anche perché i martiri fotografici sono insopportabili quasi quanto i guru fotografici, e spesso indossano la stessa camicia a quadri. ci sono fotografi che si prendono troppo sul serio, fotografi che trasformano ogni matrimonio in una missione antropologica, fotografi che quando parlano di luce sembrano sacerdoti di una religione con pochissimi fedeli e moltissimi preset. però il fatto che siamo spesso ridicoli non significa che il lavoro non esista. anzi, forse il lavoro esiste proprio lì, sotto lo strato di ridicolo, sotto la parte teatrale, sotto la borsa piena di roba, sotto il modo in cui dici “facciamo ancora una” quando in realtà ne hai già fatte quaranta e sai benissimo che nessuna funziona perché la persona davanti a te ha la stessa disponibilità emotiva di una serranda abbassata.
fotografare qualcuno, anche solo “due scatti”, significa assumersi una responsabilità minuscola e gigantesca insieme. significa decidere come una persona, un evento, un oggetto o un lavoro verranno ricordati, venduti, mostrati, fraintesi. significa prendersi la colpa di un’immagine. perché la fotografia non è mai neutra, nemmeno quando è stupida. soprattutto quando è stupida. una foto brutta può far sembrare economica una cosa costosa, triste una persona felice, volgare un’idea fragile, morta una stanza piena di vita. e una foto buona, quando capita, può fare l’opposto senza mettersi a spiegare niente. ma per arrivarci devi attraversare una quantità imbarazzante di decisioni invisibili: dove metterti, quando scattare, cosa escludere, cosa salvare, cosa tagliare, cosa non consegnare anche se magari al cliente piace perché il cliente, poveretto, ogni tanto si affeziona proprio alla foto peggiore.
quel “due scatti” cancella soprattutto questa cosa: la scelta. nella fantasia di chi te lo chiede, tu scatti e basta. produci. accumuli. riempi una cartella. invece il fotografo, quando lavora davvero, passa metà del tempo a non scattare e l’altra metà a pentirsi di aver scattato. guarda, aspetta, rinuncia, corregge, butta via. la fotografia è piena di cose non fatte, non dette, non consegnate. è un mestiere di sottrazione praticato da persone che spesso accumulano hard disk come se stessero preparando un bunker per l’apocalisse. e questo non lo vede nessuno, perché alla fine arrivano trenta immagini ordinate, magari leggere, magari semplici, magari perfino spontanee, e più sembrano naturali più qualcuno si convince che siano nate così, come i funghi dopo la pioggia o certe cattive idee dopo il terzo gin tonic.
io non ce l’ho con chi chiede. non sempre, almeno. a volte le persone non sanno. semplicemente non hanno mai visto cosa c’è dietro. non hanno mai assistito a quella scena abbastanza degradante in cui un fotografo ingrandisce al cento per cento la stessa immagine. non sanno quanto tempo si perda a correggere colori che, alla fine, nessuno noterà tranne un altro fotografo triste alle due di notte. non sanno che consegnare una foto significa anche non consegnarne altre novecento, cioè proteggere il cliente da se stesso, dal caso, dalla propria faccia mentre parla, dagli istanti in cui il corpo assume forme che la dignità umana non aveva previsto. non lo sanno, e forse è anche giusto così. ogni mestiere ha la sua parte oscena che il pubblico non dovrebbe vedere. il problema è quando questa ignoranza diventa un diritto.
però ce l’ho con me, questo sì. con tutte le volte in cui ho detto sì mentre volevo dire no, con tutte le volte in cui ho ridotto da solo il mio lavoro a una cosa rapida, con tutte le volte in cui ho avuto paura di sembrare venale, difficile, antipatico, poco disponibile, come se chiedere rispetto fosse un difetto caratteriale e non una forma minima di igiene personale. mi sono fatto fregare spesso dal desiderio di essere scelto. perché dietro molti “due scatti” non c’è solo sfruttamento. c’è anche la nostra fame. qualcuno ci chiede qualcosa e noi, per un secondo, ci sentiamo necessari. utili. guardati. il problema è che poi quella piccola ebbrezza passa e restano le ore davanti allo schermo, i messaggi, le richieste di “una versione più naturale”, “una un po’ meno contrastata”, “una dove sorrido ma non troppo”, “una senza quella ruga”, “una più come quella che ti ho mandato da pinterest”, che è il momento in cui capisci che non ti avevano chiesto due scatti. ti avevano chiesto di entrare in un rapporto tossico con la loro immagine di sé.
forse dovremmo iniziare a rispondere in modo più onesto. non aggressivo, non eroico, non con quei post da fotografo offeso che spiegano il valore del proprio lavoro con la stessa energia di un volantino sindacale lasciato sul parabrezza. una risposta semplicemente onesta. “sì, posso farlo, questo è il costo.” oppure “no, non posso.” oppure, nei casi più gravi, “no, perché ti voglio bene e so già che se ti fotografo al compleanno di tuo figlio poi passeremo tre settimane a discutere del mento di tua cognata.” la maturità, forse, consiste anche nel smettere di sperare che gli altri capiscano magicamente il valore di una cosa che noi stessi abbiamo passato anni a regalare pur di non sentirci esclusi.
alla fine continueranno sempre a chiederti “mi fai due scatti?”. continueranno perché suona innocente, perché la fotografia sembra facile, perché tutti abbiamo una fotocamera in tasca e quindi tutti pensiamo di sapere cosa sia una fotografia, un po’ come tutti abbiamo un corpo e questo non ci rende automaticamente chirurghi. continueranno perché il mondo ama le cose belle ma preferisce credere che siano nate senza costo, senza fatica, senza qualcuno dall’altra parte che ci abbia speso tempo, soldi, errori, fallimenti, umore, desiderio, rammarico. e forse continueremo anche noi, ogni tanto, a dire sì, perché siamo stupidi, vanitosi, generosi, impauriti, o perché in fondo una parte di noi spera ancora che da quei due scatti esca qualcosa capace di salvarci per cinque minuti dalla sensazione di essere intercambiabili.
poi torneremo a casa, scaricheremo i file, guarderemo la cartella riempirsi sul monitor con quella lentezza da acquario, e lì, davanti a centinaia di immagini nate da una richiesta che doveva essere piccola, capiremo di nuovo la truffa nascosta dentro quella parola minuscola. due. due scatti. come se il numero servisse davvero a misurare quello che qualcuno ti sta chiedendo, e non fosse invece solo il modo più educato per infilarti un bembro su per l’ano senza far suonare l’allarme.


Rispondi