FOTOGRAFIA PER ORGANI CALDI

equivoci.

equivoci

ci ho messo parecchio a capire che esistono persone capaci di cambiare completamente idea su di te senza che tu faccia praticamente niente. è una cosa quasi offensiva. uno passa anni a cercare di diventare una versione appena presentabile di se stesso, prova a essere educato, puntuale, a non rompere troppo i coglioni, a fare bene il proprio lavoro, e poi scopre che, nella testa degli altri, basta un pomeriggio storto per trasformarsi da fotografo sensibile a coglione integrale. è un meccanismo che mi affascina. non perché succeda raramente. perché succede continuamente e facciamo tutti finta di sorprenderci ogni volta, come se fosse un incidente statistico e non una delle attività preferite dell’essere umano: riscrivere le persone per adattarle al capitolo che stiamo vivendo.

forse è per questo che diffido di chi dice di amare il lavoro degli altri.

non perché stia mentendo.

perché quella frase dura esattamente quanto dura il bisogno che l’ha generata.

qualche anno fa una ragazza mi scrisse su instagram. diceva di adorare le mie fotografie. non erano “belle”. non erano “interessanti”. le adorava. è una parola enorme, adorare. dovrebbe essere riservata alle cattedrali, ai cani anziani, forse ai tortellini di tua nonna. invece la usiamo con una leggerezza sorprendente. adoriamo una serie tv il lunedì e il venerdì abbiamo già dimenticato il nome del protagonista. figurarsi una persona.

iniziammo a parlare.

vennero fuori idee, riferimenti, moodboard. quel genere di conversazioni che, quando fai fotografia, assomigliano un po’ ai preliminari. non hai ancora scattato niente ma stai già immaginando la luce, i vestiti, i colori, il tipo di silenzio che ci sarà nella stanza. ogni progetto comincia sempre molto prima del primo scatto. comincia quando due perfetti sconosciuti decidono di raccontarsi una versione particolarmente ottimista di come andranno le cose.

ci incontrammo.

prendemmo un caffè.

scattammo.

ricordo soprattutto una sensazione piuttosto rara. quella di non dover dimostrare niente. succede poche volte. normalmente uno shooting è una trattativa diplomatica travestita da pomeriggio creativo. il fotografo cerca conferme. la modella cerca conferme. il truccatore cerca conferme. perfino il muro dietro sembra pretendere conferme. quel giorno, invece, le fotografie sembravano capitare da sole, come certi dialoghi con gli amici che non hanno bisogno di essere brillanti per funzionare. quando tornai a casa con i rullini nello zaino avevo quella soddisfazione molto discreta che arriva ogni tanto e che dura poco, perché noi fotografi siamo persone incapaci di goderci qualcosa senza iniziare immediatamente a sospettare che la fotografia migliore fosse quella fatta cinque minuti prima o quella che avremmo potuto fare dieci minuti dopo.

sviluppai i negativi.

li scansionai.

mandai tutto.

lei iniziò a pubblicare le fotografie. una, poi un’altra, poi una storia, poi di nuovo il feed. per mesi quelle immagini fecero tranquillamente il loro mestiere. comparivano sullo schermo del telefono, raccoglievano cuori, commenti, sparivano sotto altre fotografie come succede a tutte le immagini che finiscono dentro quell’enorme discarica sentimentale che chiamiamo social network. mi ero perfino dimenticato di quello shooting. è una fortuna che capita raramente. quando dimentichi una fotografia significa che, almeno per un po’, hai smesso di usarla per misurare il tuo valore.

poi, mesi dopo, arrivò un messaggio.

è difficile spiegare cosa succede quando qualcuno riscrive improvvisamente il personaggio che sei stato nella sua storia. fino al giorno prima eri quello con cui voleva lavorare. quello che aveva realizzato immagini abbastanza buone da essere pubblicate per mesi. poi, senza che nel frattempo le fotografie cambiassero di una virgola, diventavi improvvisamente un pessimo fotografo. uno che non rispettava il lavoro degli altri. uno da bloccare.

la cosa più curiosa è che, per qualche giorno, ci credetti.

non nel senso che pensavo avesse ragione.

nel senso che iniziai immediatamente a cercare il momento esatto in cui ero diventato quella persona. la memoria, quando viene accusata, si comporta come un investigatore ossessivo. torna sul luogo del delitto, misura le distanze, ricontrolla gli orari. riguardai le fotografie, i messaggi, le date. c’erano le immagini pubblicate sul suo profilo, c’erano le storie, c’era l’entusiasmo dei giorni successivi allo shooting. tutto continuava ostinatamente a raccontare una storia diversa da quella che, all’improvviso, mi stava venendo restituita.

ed è lì che ho capito una cosa piuttosto scomoda.

noi continuiamo a credere che la coerenza sia una qualità fondamentale delle persone.

non lo è.

la memoria è molto più fedele ai bisogni del presente che ai fatti del passato.

se oggi ho bisogno che tu sia il cattivo, il mio cervello farà un lavoro straordinario per convincermi che, in fondo, lo sei sempre stato. è un meccanismo quasi elegante nella sua miseria. non falsifica i ricordi. li monta. come si monta un film. toglie una scena, ne sposta un’altra, cambia l’ordine delle inquadrature e, improvvisamente, il protagonista è un altro.

forse è per questo che le discussioni mi interessano sempre meno.

non perché abbia imparato ad avere ragione.

magari.

mi interessano meno perché sospetto che, molto spesso, non stiamo litigando sui fatti. stiamo litigando sul montaggio.

ognuno difende disperatamente la propria versione del film.

e il bello è che quasi nessuno mente.

questa è la parte davvero inquietante.

ci crediamo.

fino in fondo.

oggi, quando qualcuno mi dice che adora il mio lavoro, sorrido.

fa piacere.

farebbe piacere a chiunque.

ma cerco di ricordarmi che le persone raramente si innamorano di noi. si innamorano del ruolo che, in quel preciso momento della loro vita, siamo in grado di interpretare. il fotografo. il collega. l’amico. il cliente. il compagno. il giorno in cui quel ruolo smette di servirgli, il copione cambia. e non c’è niente di particolarmente malvagio in tutto questo. è soltanto uno dei modi con cui attraversiamo il mondo: assegnando continuamente parti agli altri e sorprendendoci quando insistono a essere qualcosa di diverso dal personaggio che avevamo scritto per loro.

forse gli equivoci nascono tutti così.

non quando qualcuno ci delude.

ma quando ci dimentichiamo che, nella vita degli altri, siamo quasi sempre personaggi di passaggio.

e i personaggi di passaggio hanno una caratteristica piuttosto crudele.

non decidono mai come verrà raccontata la storia.





cosa ho fatto di male? sono solo uno stronzo su cui si è diffusa la voce che mi si può trattare male?

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