FOTOGRAFIA PER ORGANI CALDI

fotografie sbagliate

fotografie inutili

anni fa lessi sul blog di un fotografo famoso una lista di cose da non fotografare, o almeno questo è il modo in cui me la ricordo, perché la memoria ha sempre questo brutto vizio di trasformare le opinioni degli altri in comandamenti quando noi, in quel momento, siamo abbastanza insicuri da avere bisogno di un tribunale. non ricordo tutto l’elenco, e forse è meglio così, perché certe liste invecchiano male, come le giacche con le spalline, le caption troppo convinte e le persone che a un certo punto della vita scoprono il piacere amministrativo di dire agli altri cosa non devono fare. ricordo però molto bene la sensazione. quella piccola vergogna da scolaro beccato con il quaderno sbagliato, perché dentro quella lista c’erano molte fotografie che io, negli anni, avevo fatto davvero. forse non tutte, ma quasi. tramonti, riflessi, ombre, gente di spalle, vecchi, bambini, finestre, silhouette, dettagli inutili, mani, barche, sedie vuote, strade bagnate, cani, facce incontrate per caso, tutta quella fauna visiva un po’ miserabile e un po’ inevitabile che prima o poi finisce nella vita di chiunque abbia avuto una macchina fotografica, troppo tempo libero e abbastanza malinconia da scambiare un controluce per una rivelazione.

la cosa buffa è che, per qualche secondo, mi sentii davvero in colpa. non molto, giusto il tempo necessario perché il cervello producesse quella specie di rossore interno che arriva quando qualcuno più sicuro di te dà un nome preciso alla tua mediocrità. pensai: cazzo, allora ho sbagliato. e questa è una frase ridicola, se detta a proposito di una fotografia, perché una fotografia può essere debole, inutile, decorativa, furba, morta, magari perfino offensiva nella sua pigrizia, ma sbagliata in senso assoluto è una cosa più complicata, più religiosa, quasi da catechismo dell’immagine. eppure il fascino delle liste è proprio questo. ti danno la sensazione che da qualche parte esista un ordine, una piccola dogana estetica con un omino stanco che controlla i documenti e decide cosa può entrare nella fotografia seria e cosa invece deve restare fuori insieme ai tramonti, ai gattini, alle pozzanghere e a tutti quei poveri cristi che ancora credono che fotografare una persona di spalle davanti al mare possa dire qualcosa sulla solitudine.

che poi, intendiamoci, il problema non è nemmeno avere delle allergie visive. le abbiamo tutti. io, per esempio, davanti a certi ritratti in bianco e nero con la sigaretta, lo sguardo perso nel vuoto e il cappotto appoggiato alle spalle come se il soggetto fosse appena sopravvissuto a una separazione ambientata in una capitale dell’est, sento una parte del cervello spegnersi per autodifesa. davanti a certe foto di street con il signore anziano, il cappello, il cane e l’ombra perfettamente allineata, mi viene voglia di chiedere scusa alla realtà per quello che le stiamo facendo. davanti a certi nudi “sul corpo e la vulnerabilità” penso spesso che la vulnerabilità, poverina, abbia già sofferto abbastanza senza dover essere illuminata da una finestra laterale. quindi sì, capisco benissimo la tentazione di fare una lista. la capisco perché è una tentazione igienica. vuoi ripulire il mondo. vuoi dire basta. vuoi prendere tutte le fotografie stanche, prevedibili, ricattatorie, quelle che funzionano per riflesso condizionato e non per necessità, e buttarle dentro un sacco nero come si fa con le cose rotte durante un trasloco.

il problema comincia quando confondi la tua stanchezza con una legge.

succede spesso, soprattutto ai fotografi che hanno guardato tante immagini e a un certo punto, comprensibilmente, non ne possono più. dopo anni di tramonti, il tramonto smette di essere il tramonto e diventa una forma di aggressione. dopo anni di riflessi, ogni pozzanghera sembra un piccolo attentato alla tua intelligenza. dopo anni di mani, volti, ombre, scale, finestre, coppie anziane e bambini che corrono controluce, sviluppi una specie di dermatite dello sguardo e inizi a pensare che il problema siano i soggetti, quando forse il problema è soltanto che li hai visti fotografati male troppe volte. è umano. è persino giusto, in un certo senso. solo che poi arrivi alla frase pericolosa, quella in cui smetti di dire “questa cosa mi annoia” e inizi a dire “questa cosa non si fotografa”. lì non stai più parlando di gusto. stai aprendo un piccolo ministero.

io, nel frattempo, quelle cose le avevo fotografate quasi tutte. non per ribellione, perché la ribellione richiede un’energia scenica che raramente ho avuto, ma per ignoranza, desiderio, fame, automatismo, solitudine, tutte parole meno nobili ma molto più vere. ho fotografato tramonti perché a un certo punto il cielo faceva qualcosa e io, invece di lasciarlo stare come avrebbe fatto una persona matura, ho sentito il bisogno imbarazzante di possederlo. ho fotografato riflessi perché i riflessi sono una trappola per chiunque abbia una macchina fotografica: ti fanno credere di aver trovato un secondo mondo, mentre spesso hai soltanto inquadrato male il primo. ho fotografato gente di spalle perché le facce mi spaventavano e perché, diciamolo, una persona di spalle concede al fotografo una libertà vigliacca, quella di proiettare tutto senza dover chiedere niente. ho fotografato dettagli inutili perché i dettagli inutili, ogni tanto, sono l’unico modo che abbiamo per ammettere che non sappiamo ancora raccontare l’intera scena. ho fotografato cose vietate, banali, abusate, probabilmente imbarazzanti, e alcune di quelle fotografie facevano schifo davvero, non perché il soggetto fosse sbagliato, ma perché io non avevo ancora capito cosa stessi cercando e allora fotografavo ciò che riconoscevo come fotografia.

questa, secondo me, è la parte che tendiamo a dimenticare quando diventiamo intelligenti troppo presto. prima di trovare uno sguardo, quasi tutti attraversiamo il cimitero delle immagini già viste. non perché siamo stupidi, o almeno non solo, ma perché imparare a fotografare significa anche imitare male, desiderare cose che non ci appartengono, confondere l’effetto con il senso, scattare fotografie che sembrano fotografie perché non abbiamo ancora la forza di farle sembrare nostre. c’è una crudeltà inutile nel prendere quella fase e trasformarla in una colpa. è come ridere di uno che balbetta mentre sta imparando una lingua. certo, suona male. certo, sbaglia gli accenti. certo, ogni tanto usa parole ridicole e crede di essere più profondo di quanto sia. ma almeno sta parlando. e forse, con un po’ di fortuna, un giorno smetterà di ripetere frasi sentite da altri e inizierà a dire qualcosa che gli assomiglia.

la fotografia è piena di persone terrorizzate dalla banalità, e questa paura, che all’inizio sembra una forma di lucidità, a lungo andare produce cose mostruose. produce fotografi che non guardano più il mondo ma il proprio posizionamento rispetto al mondo. fotografi che davanti a una scena non si chiedono se li tocchi, se li riguardi, se abbia una temperatura, una ferita, un motivo qualsiasi per esistere, ma se sia già stata fatta, se sia troppo facile, se qualcuno più colto potrebbe giudicarla ingenua. così finiamo per evitare il tramonto non perché non ci dica nulla, ma perché abbiamo paura di sembrare persone a cui un tramonto può ancora dire qualcosa. e questa, se ci pensi, è una delle forme più patetiche di vanità: fingere di essere immuni alle cose semplici per sembrare più sofisticati agli occhi di gente che probabilmente sta facendo esattamente la stessa commedia.

naturalmente il tramonto resta quasi sempre una pessima idea.

non voglio fare il romantico democratico dell’immagine, quello che dice che tutto può essere arte se lo guardi con amore, perché quella è una frase buona per vendere workshop a persone fragili in agriturismo. la maggior parte dei tramonti fotografati sono brutti. la maggior parte dei riflessi sono inutili. la maggior parte delle ombre non meriterebbe nemmeno l’ombra che proietta. però questa non è una prova contro i tramonti, i riflessi o le ombre. è una prova contro di noi. contro la nostra pigrizia, contro la nostra fretta di riconoscere una cosa come fotografabile prima ancora di capire se ci riguarda davvero, contro quella strana fame da collezionisti di superfici che ci prende quando usciamo con una macchina fotografica e il mondo, povero disgraziato, si ritrova improvvisamente costretto a significare qualcosa.

forse è per questo che le liste di fotografie sbagliate mi fanno ridere e mi irritano insieme. perché hanno ragione nel modo sbagliato. indicano un problema reale, ma lo risolvono con la stessa eleganza di uno che cura il mal di testa tagliando la testa. sì, certe immagini sono esauste. sì, certe formule sono morte e continuano a camminare solo perché instagram, come certi ospedali privati dell’immaginario, tiene in vita qualsiasi cosa produca ancora un minimo di coinvolgimento. sì, dovremmo diffidare di tutto ciò che ci sembra immediatamente fotografico. ma vietare un soggetto significa attribuirgli un potere che non ha. il soggetto non è mai innocente, certo, ma nemmeno colpevole da solo. un vecchio seduto su una panchina può essere il più miserabile dei cliché o una fotografia capace di dirti qualcosa sulla fine, sull’attesa, sulla dignità, sul fatto abbastanza comico e spaventoso che un giorno, se ci va bene, saremo noi quel vecchio e qualcuno ci userà come metafora senza nemmeno offrirci un caffè.

la differenza non sta nel cosa.

sta nel peso che riesci a portare dentro quel cosa.

e il peso non lo decidi con una lista.

lo decidi con la necessità, con il tempo, con la crudeltà con cui guardi quello che hai fatto, con la capacità di ammettere che una fotografia può essere formalmente corretta e comunque morta come un pesce lasciato sul banco alle sei del pomeriggio. ho visto fotografie di tramonti più vive di certi progetti concettuali accompagnati da testi lunghi come diagnosi psichiatriche. ho visto immagini di cani, bambini, sedie vuote e finestre raccontare più cose di intere serie costruite per dimostrare che il fotografo aveva letto almeno due libri francesi e una quarta di copertina su Derrida. e ho visto anche l’opposto, ovviamente. ho visto tramonti che sembravano minacce, riflessi da denuncia, ritratti così pieni di intenzioni da non lasciare spazio a nessuna persona reale. non c’è salvezza automatica in nessuna direzione. questa è la parte che rende tutto più faticoso e, purtroppo, più interessante.

io non voglio più dimostrare di essere abbastanza intelligente da evitare le cose banali. questa frase, detta così, sembra quasi una conquista spirituale, mentre probabilmente è solo stanchezza. però c’è qualcosa di liberatorio nel concedersi di fotografare una cosa anche se qualcuno, da qualche parte, ha deciso che non si fa. non per provocazione, che è una delle forme più infantili di dipendenza dagli altri, ma perché a un certo punto devi scegliere se vuoi fotografare per vedere o per non farti sorprendere con il desiderio sbagliato in mano. e io, negli anni, mi sono sorpreso spesso con il desiderio sbagliato in mano. ho voluto fare fotografie facili. ho voluto fare fotografie furbe. ho voluto fare fotografie che assomigliassero a fotografie già amate da altri, perché essere originali è faticoso e somiglia molto alla solitudine. alcune le rinnego. alcune no. alcune, a riguardarle oggi, mi fanno tenerezza proprio perché sono sbagliate nel modo in cui si è sbagliati quando si sta ancora cercando una forma.

quindi sì, ho fotografato quasi tutte le cose da non fotografare. e che me ne frega. non devo dimostrare niente a nessuno, soprattutto non a quella parte di me che ancora sogna un’autorità capace di dirmi una volta per tutte cosa si può guardare senza vergogna. se una fotografia fa schifo, prima o poi lo capisci. resta lì, muta, con quella calma odiosa delle cose che non funzionano, e non c’è lista che possa peggiorarla o salvarla. se invece, per qualche miracolo, dentro un tramonto, una finestra, un riflesso, una persona di spalle o un cane incontrato per strada succede davvero qualcosa, allora il divieto arriva troppo tardi, come arrivano sempre troppo tardi le regole quando la vita ha già combinato il suo piccolo disastro visivo davanti ai tuoi occhi.

 
p.s. se conoscete il post originale avrete notato che mancano delle foto ma non perché non le abbia fatte ma perché non le trovo. aggiornerò sicuramente questo posto in futuro

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