FOTOGRAFIA PER ORGANI CALDI

grazie, non le faremo sapere

grazie non le faremo sapere

ci sono rifiuti che almeno hanno la decenza di esistere. una mail di due righe, una formula educata, il classico “abbiamo deciso di seguire un’altra direzione editoriale” che non significa assolutamente niente ma possiede una qualità rarissima: finisce. è una frase con un punto finale. puoi odiarla, archiviarla, raccontarla agli amici davanti a una birra e, dopo qualche mese, ti accorgi perfino di averla un po’ romanzata. i rifiuti, col tempo, diventano aneddoti.

il silenzio no.

il silenzio rimane una cosa aperta. una porta socchiusa. una telefonata che sembra dover arrivare da un momento all’altro e che, proprio per questo, continua a occupare un angolo della testa molto più grande di quello che meriterebbe. è una forma di arredamento mentale piuttosto invasiva.

quando aspetti una risposta fai cose davvero stupide.

apri la posta senza un motivo preciso. non perché pensi che in quei venti secondi qualcuno abbia finalmente deciso di cambiare la tua vita. è il gesto in sé che diventa rassicurante. aggiorni. niente. richiudi. cinque minuti dopo lo rifai. è una specie di tic contemporaneo, come quelli che premono il pulsante dell’ascensore quattro volte convinti che così arrivi prima. la parte interessante è che non credono davvero che funzioni. semplicemente, fare qualcosa è meno doloroso che non poter fare niente.

qualche anno fa scrissi a un magazine che mi piaceva. raccontava milano in un modo che trovavo intelligente, anche se aveva quella leggera arroganza estetica che ogni tanto colpisce chi scopre una certa fotografia, un certo caffè e un certo carattere tipografico tutto nello stesso periodo della vita. non mi dava nemmeno fastidio. anzi, forse era proprio quella sicurezza a renderlo interessante. avevo un lavoro che, nella mia testa, sembrava perfetto per loro. glielo mandai.

poi iniziai ad aspettare.

l’attesa è una faccenda curiosa.

all’inizio pensi che riguardi il tempo.

poi scopri che riguarda la fantasia.

perché la fantasia, quando viene lasciata da sola in una stanza insieme al silenzio, produce una quantità impressionante di sceneggiature. magari non hanno ancora letto la mail. magari il direttore è in viaggio. magari è finita nello spam. magari stanno discutendo se pubblicare il progetto. magari vogliono sorprendermi. magari. magari. magari.

la fantasia è una segretaria instancabile. lavora soprattutto quando dovrebbe licenziarsi.

la cosa buffa è che, mentre loro probabilmente stavano semplicemente vivendo la loro vita, io avevo costruito un’intera serie televisiva dentro una casella di posta elettronica. è incredibile quanto materiale narrativo riesca a produrre una notifica che non arriva. altro che scrittura creativa. basterebbe togliere la connessione internet a dieci fotografi e lasciarli una settimana ad aspettare una risposta da un festival. uscirebbe fuori la nuova letteratura italiana.

poi, qualche settimana dopo, vidi pubblicato un servizio molto simile a quello che avevo proposto. firmato da un altro fotografo.

la prima cosa che pensai fu la più comoda.

“mi hanno copiato.”

mi piacque moltissimo quella versione della storia. aveva una struttura perfetta. io ero quello ingenuo ma talentuoso. loro erano gli stronzi. il fotografo era, a seconda dell’umore, un complice oppure un inconsapevole. era un film che funzionava benissimo perché distribuiva le colpe con una precisione quasi matematica e, soprattutto, non chiedeva niente a me.

poi, col tempo, quella storia ha iniziato a fare acqua da tutte le parti.

non credo di essere stato copiato.

credo di essere stato ignorato.

che è una cosa molto meno cinematografica.

e infinitamente più difficile da digerire.

perché se qualcuno ti copia, almeno per un attimo puoi raccontarti che avevi avuto un’idea così buona da meritare di essere rubata. essere ignorati è diverso. essere ignorati significa accettare la possibilità che, dall’altra parte dello schermo, qualcuno abbia aperto la tua mail, l’abbia letta con la stessa attenzione con cui io leggo le istruzioni dello shampoo e, dopo trenta secondi, sia passato a fare qualcos’altro. magari una riunione. magari un panino. magari niente di particolarmente importante. il punto non è cosa abbia fatto dopo. il punto è che io, nel frattempo, ero rimasto fermo.

ci vuole un po’ per capire che il silenzio non è un linguaggio.

siamo noi a trasformarlo in un linguaggio.

gli facciamo dire cose che non ha mai detto.

“non sei abbastanza bravo.”

“non interessi a nessuno.”

“hai perso tempo.”

la parte tragica è che quelle frasi non arrivano mai nella posta in arrivo.

le scriviamo noi.

una per una.

con una precisione quasi artigianale.

forse è per questo che il ghosting fa così male. non perché manchi una risposta. le risposte, tutto sommato, ce le diamo da soli. ne produciamo fin troppe. quello che manca è un confine. un punto finale. qualcosa che ci costringa a smettere di immaginare. il silenzio, invece, è una porta lasciata socchiusa. non sai se sia il caso di entrare, di bussare ancora o di andartene. allora rimani lì, con una mano sulla maniglia, come un coglione.

oggi continuo a mandare progetti.

ogni tanto continuo perfino ad aspettare una risposta.

non è che sia diventato improvvisamente saggio. semplicemente ho imparato a diffidare di quella voce che, dopo qualche giorno di silenzio, inizia immediatamente a tradurre l’assenza di una mail in un giudizio sulla mia persona. è una voce molto convincente. parla con il mio tono, usa le mie parole e conosce perfettamente tutti i punti in cui fare leva.

ho scoperto che non è la voce della realtà.

è soltanto la voce dell’attesa.

e l’attesa, come tutte le grandi scrittrici di fiction, ha un talento straordinario per inventare storie che sembrano vere proprio perché parlano delle nostre paure, mai dei fatti.

forse è per questo che, ripensandoci oggi, non ricordo quasi più quel progetto.

ricordo il refresh.

ricordo il dito che scendeva sullo schermo.

ricordo la casella di posta vuota.

è buffo. passiamo anni a credere che il nostro lavoro siano le fotografie.

poi basta una mail che non arriva per scoprire che, qualche volta, il nostro vero lavoro è imparare a convivere con il silenzio senza permettergli di scrivere, al posto nostro, il finale della storia.



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