FOTOGRAFIA PER ORGANI CALDI

hai davvero uno stile?

stile fotografico

c’è una domanda che, prima o poi, compare nella vita di qualsiasi fotografo. arriva sempre con una naturalezza sospetta, come quelle domande che sembrano innocenti e invece finiscono per occuparti la testa per anni. “come faccio a trovare il mio stile?”

la prima volta che me l’hanno fatta credo di aver risposto qualcosa di intelligente. o almeno speravo lo fosse. avrò parlato di tempo, di ricerca, di influenze, di pratica. tutte cose vere, per carità. il problema è che, col passare degli anni, ho iniziato a sospettare che fosse la domanda a essere sbagliata.

non perché lo stile non esista. quello esiste eccome. basta prendere un libro di Saul Leiter, di William Eggleston o di Daido Moriyama e capisci nel giro di tre fotografie che dietro quelle immagini c’è qualcuno che guarda il mondo in un modo tutto suo. il punto è un altro.

nessuno di loro, probabilmente, si è svegliato una mattina dicendo: “oggi vado a cercare il mio stile.”

è una frase che suona ridicola solo perché detta ad alta voce. dentro la nostra testa, invece, è sorprendentemente normale. passiamo anni a rincorrere qualcosa che immaginiamo come un posto preciso. ci convinciamo che, da qualche parte, esista una versione definitiva di noi stessi. un giorno scatteremo una fotografia e finalmente tutto si allineerà. le persone ci riconosceranno. diranno “questa è sua” prima ancora di leggere il nome sotto l’immagine. è una fantasia piuttosto diffusa e, se devo essere sincero, anche discretamente seducente.

piace molto perché promette una forma di pace. come se trovare uno stile significasse smettere di avere dubbi.

la fregatura è che i dubbi sono l’unica parte davvero interessante di tutta questa storia.

qualche anno fa attraversavo una fase piuttosto imbarazzante. ogni fotografo che scoprivo diventava immediatamente il fotografo che avrei voluto essere. durava qualche settimana. poi arrivava qualcun altro e ricominciavo da capo. c’è stato il periodo in cui volevo fotografare come Alex Webb, quello in cui ero convinto che bastasse un rullino di Portra per diventare Joel Meyerowitz e perfino una breve parentesi in cui ero sinceramente persuaso che comprando una Leica sarei diventato, se non Henri Cartier-Bresson, almeno un cugino di secondo grado.

non è mai successo.

e meno male.

perché col tempo ho capito una cosa piuttosto deprimente. non stavo cercando uno stile. stavo cercando un’identità in saldo. speravo che qualcuno avesse già fatto il lavoro sporco al posto mio e che io dovessi soltanto imparare a ripeterlo abbastanza bene. è un meccanismo molto umano. copiare è infinitamente meno faticoso che esporsi. imitare è rassicurante. significa che, se qualcosa va storto, puoi sempre dare la colpa al modello che hai scelto. quando invece inizi davvero a fotografare come guardi tu, finisce il periodo delle scuse. se una fotografia non funziona, sei rimasto solo con te stesso. ed è una compagnia molto meno piacevole di quanto sembri.

forse è per questo che internet è pieno di fotografi riconoscibili e sempre più povero di autori. la riconoscibilità è diventata una specie di valuta. bisogna avere i propri colori, le proprie inquadrature, il proprio preset, la propria luce. ogni tanto mi viene da pensare che, se domani qualcuno inventasse un filtro chiamato “stile personale”, ci sarebbe la fila per comprarlo. e la cosa peggiore è che probabilmente lo comprerei anch’io, giusto per vedere se funziona.

mi sono accorto che c’è una differenza enorme tra una persona che ha uno stile e una persona che ha qualcosa da dire. la prima riesce a sorprenderti per qualche fotografia. la seconda continua a sorprenderti anche quando cambia completamente modo di fotografare. pensa a un regista. nessuno direbbe che Stanley Kubrick non avesse uno stile, eppure ogni suo film sembra voler distruggere quello precedente. non proteggeva una formula. proteggeva uno sguardo. è una distinzione sottile, ma cambia tutto.

forse lo stile è una delle poche cose che non si possono inseguire direttamente. succede un po’ come con la calligrafia. quando vai alle elementari passi mesi a copiarne una perfetta. poi, senza accorgertene, inizi a scrivere sempre più velocemente, smetti di pensarci e un giorno quella grafia diventa tua. non perché tu l’abbia progettata, ma perché è rimasto soltanto quello che il tempo non è riuscito a cancellare.

con la fotografia credo succeda qualcosa di molto simile. all’inizio sei la somma di tutti quelli che ammiri. poi, lentamente, qualcuno rimane. qualcun altro sparisce. certe influenze ti accompagnano per sempre, altre ti fanno soltanto compagnia per qualche stagione. nel frattempo succede una cosa che nessuno racconta mai. vivi. ti innamori, perdi persone, cambi città, cambi lavoro, ti annoi, ti convinci di aver capito tutto e il giorno dopo scopri che non avevi capito un cazzo. ed è lì, molto più che dentro una macchina fotografica, che il tuo sguardo comincia a prendere una forma.

forse è per questo che diffido di chi dice di aver finalmente trovato il proprio stile. ogni volta che lo sento parlare ho la strana impressione che abbia smesso di cercare. e uno sguardo che smette di cercare assomiglia terribilmente a uno sguardo che ha iniziato a ripetersi.

io, se proprio devo augurarmi qualcosa, spero di non trovarlo mai.

non perché lo stile non mi interessi.

ma perché ho il sospetto che il giorno in cui sarò davvero convinto di averlo trovato, avrò smesso di farmi le domande che, fino a quel momento, mi avevano spinto a prendere in mano una macchina fotografica.

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