per molto tempo ho creduto che la fotografia mi avrebbe salvato, anche se all’epoca non avrei mai usato una parola così melodrammatica perché quando hai vent’anni ti piace pensare di essere mosso dalla passione, dalla ricerca, da quella specie di energia romantica che ti fa comprare libri che non leggerai mai fino in fondo e macchine fotografiche che immagini cambieranno il tuo modo di guardare il mondo. la parola salvezza appartiene ai preti, ai tossicodipendenti e a chi è sopravvissuto a qualcosa di grosso. noi fotografi preferiamo raccontarcela meglio. diciamo che stiamo costruendo un percorso. fa molto meno paura.
il problema è che i percorsi, quando li guardi da vicino, assomigliano spesso a quelle strade di montagna che continuano a girare su loro stesse e ti danno continuamente l’impressione di stare salendo, mentre il paesaggio fuori dal finestrino rimane ostinatamente identico. io, per parecchi anni, ho avuto la sensazione di essere sempre a un passo da qualcosa. il prossimo shooting. il prossimo editoriale. il prossimo assistentato. il prossimo cliente. è incredibile quanto riesca a diventare potente la parola prossimo quando non hai ancora capito che qualcuno te la sta usando contro. milano, in questo, è una città di una raffinatezza quasi commovente. non ti promette mai il successo. ti promette sempre che è dietro l’angolo. e tu continui a girare angoli come certi giocatori continuano a infilare monetine dentro una slot machine che da mezz’ora restituisce soltanto rumore.
ogni tanto qualcuno mi chiede com’era fare il fotografo a milano. io non so mai cosa rispondere perché la memoria, come tutte le cose che ci vogliono bene, tende a truccare un po’ la realtà. allora mi vengono in mente i caffè presi al volo, gli studi fotografici enormi, le luci accese, i fondali appena montati, le persone vestite di nero che sembravano sapere sempre esattamente dove andare, e per qualche secondo quasi mi convinco di aver vissuto dentro una specie di film. poi, fortunatamente, arriva il conto. quello la memoria non riesce mai a falsificarlo. arrivano gli affitti pagati con l’ansia, gli stage gratuiti, gli editoriali che avrebbero dovuto “aprire porte”, le collaborazioni che erano soprattutto un altro modo, leggermente più elegante, per dire che qualcuno aveva bisogno del tuo tempo senza avere nessuna intenzione di pagarlo.
la cosa buffa è che non mi sono quasi mai sentito sfruttato mentre succedeva. questa è la parte che ancora oggi mi mette più a disagio. ero io il primo a raccontarmi che andava bene così, che bisognava stringere i denti, che tutti avevano iniziato facendo sacrifici, che il prossimo lavoro sarebbe stato diverso. avevo trasformato la speranza in una specie di piano industriale. bastava resistere ancora un po’. ancora uno shooting. ancora uno stage. ancora un favore. ancora una giornata passata a montare stativi per qualcun altro, perché magari quella era la volta buona, quella in cui qualcuno avrebbe finalmente detto: adesso tocca a te.
non succedeva mai.
succedeva, invece, una cosa molto più sottile. iniziavo lentamente a pensare che quello fosse il modo normale di essere trattato. è una trasformazione quasi invisibile. non arriva tutta insieme. succede un centimetro alla volta, come l’umidità sui muri. prima accetti un lavoro sottopagato perché ti interessa. poi uno gratuito perché “fa curriculum”. poi uno pagato in visibilità, che è una moneta stranissima perché tutti sembrano averne tantissima e nessuno riesce mai a farci la spesa. alla fine smetti perfino di chiederti quanto vali. inizi a chiederti quanto sei disposto a perdere pur di continuare a definirti fotografo. sono due domande che sembrano molto simili. in realtà abitano pianeti completamente diversi.
per parecchio tempo ero convinto di non sapere fare altro. detta oggi sembra una frase ridicola. nel frattempo mi sono laureato, faccio l’ingegnere, firmo documenti, partecipo a riunioni e nessuno, incredibilmente, è ancora morto per colpa mia. eppure allora quella convinzione mi sembrava una legge della fisica. se non riesco con la fotografia, mi dicevo, cosa cazzo faccio? come campo? è curioso come la paura riesca sempre a presentarsi travestita da realismo. non ti dice mai “ho paura”. ti dice “sono oggettivo”. e tu le credi, perché nel frattempo hai investito così tanto in quella versione di te stesso da non riuscire più nemmeno a immaginare che possano esisterne altre.
quando ho lasciato milano non ho avuto la sensazione di cambiare città. ho avuto la sensazione di tradire qualcuno. oggi credo che quel qualcuno fossi io. o, meglio, quella versione di me che continuava ostinatamente a pensare che soffrire fosse una prova d’amore nei confronti della fotografia. è un’idea tremendamente romantica e, proprio per questo, tremendamente pericolosa. ci piace credere che l’arte richieda sacrificio perché il sacrificio dà importanza alle cose. se ho sofferto così tanto, allora ne sarà valsa la pena. il cervello ragiona spesso come quelli che, dopo aver pagato cento euro per un concerto mediocre, continuano a ripetersi che in fondo è stato bellissimo. non perché lo sia stato davvero. perché l’alternativa farebbe troppo male.
oggi faccio un altro lavoro. la prima volta che qualcuno mi ha dato del “lei” ci sono rimasto quasi spiazzato. non per educazione. per abitudine. ero abituato a sentirmi dire che dovevo essere grato, che era una bella occasione, che il budget purtroppo non c’era ma il progetto era interessantissimo. mi ci è voluto un po’ per capire che il rispetto non è una medaglia da conquistare. dovrebbe essere il punto di partenza. sembra una banalità. lo è, infatti. solo che certe banalità riesci a riconoscerle soltanto dopo aver passato anni a vivere dentro il loro contrario.
ogni tanto qualcuno mi chiede se mi manca.
la domanda è sbagliata.
la fotografia non è mai stata il problema.
la fotografia è l’unica cosa che, in tutta questa storia, non mi ha tradito nemmeno una volta.
continuava a succedere ogni volta che uscivo di casa, ogni volta che una luce cadeva nel modo giusto, ogni volta che due sconosciuti si incrociavano per mezzo secondo senza sapere di stare costruendo un’immagine che avrebbe potuto raccontare qualcosa anche di me. non è mai stata lei a farmi del male. sono state le persone che avevo convinto a mettersi in mezzo. clienti, fotografi, amici, professionisti, gente che oggi probabilmente non si ricorda nemmeno il mio nome e che, senza volerlo, ha contribuito a una convinzione che mi è rimasta addosso per anni: che per fare ciò che ami sia normale farsi trattare come uno che deve continuamente ringraziare.
la ferita, quella vera, non è aver perso dei soldi o del tempo. quelli, in un modo o nell’altro, si recuperano sempre. la ferita è aver lasciato che il valore della mia fotografia dipendesse così tanto dagli altri da dimenticare, per un periodo piuttosto lungo, che avevo iniziato a fotografare quando di quegli altri non sapevo nemmeno l’esistenza. forse crescere è anche questo. smettere lentamente di chiedere il permesso di fare qualcosa che, in fondo, facevi già benissimo quando non c’era nessuno a guardarti.


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