ogni tanto mi capita di sorprendermi a fare una cosa che trovo piuttosto inquietante. sto camminando per strada, magari senza nemmeno la macchina fotografica, e mi accorgo che una parte della testa continua a lavorare come se ce l’avessi ancora tra le mani. non è una decisione consapevole. succede e basta. vedo un uomo seduto da solo alla fermata dell’autobus e, ancora prima di chiedermi perché sia lì, mi ritrovo a immaginare l’inquadratura. una donna fuma davanti a un bar con quella luce che dura cinque minuti scarsi e penso immediatamente che sarebbe un peccato non fotografarla. una coppia discute attraversando la strada e, invece di provare l’imbarazzo che normalmente si prova quando si assiste a qualcosa di così privato, il cervello fa un’altra cosa. si mette al lavoro.
è una sensazione strana da raccontare, perché detta così sembra quasi una deformazione professionale, come il meccanico che ascolta un motore e capisce prima degli altri che c’è qualcosa che non va. solo che qui non stiamo parlando di motori. stiamo parlando di persone. ed è una differenza che, per parecchio tempo, ho trovato molto comoda da dimenticare.
credo che ogni fotografo, prima o poi, attraversi questa specie di mutazione. all’inizio è perfino esaltante. hai la sensazione che il mondo sia improvvisamente diventato più ricco. esci di casa e vedi fotografie dappertutto. ti sembra di aver sviluppato un occhio che gli altri non hanno. una finestra aperta, un riflesso, una mano appoggiata a un tavolino, un cane che guarda attraverso la finestra. tutto sembra promettere qualcosa. è difficile non innamorarsi di quella sensazione. somiglia molto alla scoperta di una lingua nuova. il problema è che, come tutte le cose di cui ci innamoriamo troppo in fretta, anche questa ha un prezzo che all’inizio non vediamo.
me ne sono accorto una mattina mentre aspettavo un treno. sul binario opposto c’era un uomo anziano. aveva una giacca troppo pesante per la stagione, un sacchetto della spesa e quell’espressione che certe persone riescono ad avere quando aspettano qualcosa da molto più tempo di quanto sarebbero disposte ad ammettere. la prima cosa che ho pensato è stata che avrei voluto fotografarlo. la seconda è stata chiedermi perché.
non è una domanda banale come sembra. perché tra vorrei ricordare questa scena e vorrei farne una fotografia c’è un abisso. la prima nasce da una specie di gratitudine. la seconda, qualche volta, assomiglia più a un’appropriazione. e questa differenza mi tormenta da parecchio tempo, soprattutto perché non riesco a stabilire con precisione dove finisca una cosa e cominci l’altra.
forse è per questo che diffido un po’ di quei discorsi in cui la fotografia viene raccontata come una forma pura di osservazione. osservare è una parola bellissima. sembra innocua. sembra quasi educata. eppure, se ci pensi, osservare qualcuno è una delle cose più invasive che possiamo fare, soprattutto quando quell’altro non sa di essere diventato il centro del nostro interesse. noi fotografi abbiamo trovato un modo piuttosto raffinato per rendere questa invasione accettabile. le abbiamo cambiato nome. la chiamiamo ricerca, documentazione, linguaggio, progetto. sono tutte parole legittime, sia chiaro. alcune fotografie esistono proprio grazie a quella tensione. il problema nasce quando il vocabolario diventa un posto dove nascondersi.
immagina, per un momento, di togliere la macchina fotografica da tutta la faccenda. immagina una persona che segue uno sconosciuto per qualche isolato perché trova interessante il modo in cui cammina. oppure qualcuno che si ferma a guardare una donna mentre piange, aspettando che il suo volto entri finalmente nella luce giusta. detta così fa venire i brividi. con una macchina fotografica al collo, invece, la scena cambia completamente. non perché cambino i gesti. quelli rimangono identici. cambia il racconto che facciamo di quei gesti. ed è incredibile quanto un racconto ben costruito riesca a modificare perfino il nostro senso morale.
non sto dicendo che fotografare sia una forma di violenza. sto dicendo che ogni linguaggio produce le proprie giustificazioni. il fotografo si racconta che sta costruendo una testimonianza. il giornalista che sta informando. lo scrittore che sta trasformando la vita in letteratura. credo che nessuno di noi sia davvero innocente quando prende qualcosa dalla realtà e decide che, da quel momento in poi, gli appartiene abbastanza da poterla raccontare.
forse il punto non è stabilire se abbiamo il diritto di farlo. sospetto che questa domanda non abbia una risposta definitiva e, francamente, diffido sempre un po’ delle persone che sembrano averne una pronta. il punto, almeno per me, è continuare ad avvertire un certo disagio. perché il giorno in cui smetterò completamente di provarlo, il giorno in cui una persona diventerà soltanto una possibile fotografia, un dolore una buona occasione e una vita il materiale grezzo per alimentare la mia presunta idea di arte, avrò probabilmente smesso di fotografare il mondo. ne starò semplicemente facendo l’inventario.


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