per anni ho avuto una strana ossessione. ogni volta che vedevo una fotografia che mi lasciava addosso qualcosa, invece di chiedermi perché funzionasse, cercavo un modo per liberarmene il più in fretta possibile. il sistema era sempre lo stesso. bastava una parola.
talento.
era una parola comodissima. elegante, persino. diceva tutto senza spiegare niente. se un fotografo era bravo era perché aveva talento. se costruiva un progetto che sembrava inevitabile era talento. se riusciva a vedere una fotografia dove io vedevo soltanto una strada, una finestra o un volto qualunque, ancora una volta era talento.
la conversazione finiva lì.
ed era proprio questo il bello.

il talento chiude i discorsi. li rende inutili. è una parola che assolve tutti. assolve chi la pronuncia e, soprattutto, assolve chi rimane indietro.
perché se davvero esistesse una linea invisibile che divide le persone nate con talento da quelle che non l’hanno mai avuto, allora potremmo finalmente smettere di sentirci in colpa. potremmo tornare a casa tranquilli, guardare il lavoro degli altri con una punta d’invidia e convincerci che, in fondo, la partita era truccata fin dall’inizio.
è una bugia sorprendentemente rassicurante.
qualche anno fa ho comprato un libro di un fotografo che ammiravo molto. ricordo di aver passato un pomeriggio intero a sfogliarlo. non cercavo fotografie. cercavo il segreto. ero convinto che da qualche parte, nascosta tra quelle pagine, ci fosse una chiave. una maniera diversa di guardare. una tecnica. un’intuizione. qualcosa che mi permettesse di recuperare il terreno che immaginavo di aver perso.
non ho trovato niente.
o almeno, non quello che speravo.
ho trovato centinaia di fotografie costruite nell’arco di decenni. errori che non vedevo perché qualcuno li aveva già eliminati. tentativi che non conoscevo perché nessuno li avrebbe mai stampati. una vita intera ridotta a centottanta pagine perfettamente editate.
e mi sono reso conto che stavo facendo quello che facciamo tutti.
guardavo il risultato e gli davo il nome di talento.
non vedevo il tempo.
è curioso come il tempo sia la parte meno fotogenica della fotografia. nessuno pubblica i pomeriggi in cui torna a casa senza una sola immagine. nessuno racconta quante volte ha fotografato la stessa strada prima di capire che quella strada, forse, non aveva niente da dirgli. nessuno mette in mostra gli anni passati a imitare gli altri nella speranza che, da qualche parte, dentro tutte quelle imitazioni, iniziasse finalmente ad affiorare qualcosa di proprio.
eppure è lì che succede quasi tutto.
forse il talento esiste davvero. non ne ho idea. sarebbe arrogante dire il contrario. ci sono persone che sembrano nascere con una sensibilità particolare, con un occhio più veloce, con un’intuizione che arriva prima degli altri. ma ogni volta che ci aggrappiamo a questa idea dimentichiamo un dettaglio piuttosto importante.
il talento, da solo, produce molto meno di quanto ci piace raccontare.
la disciplina è noiosa.
la ripetizione è noiosa.
l’editing è noioso.
riguardare le proprie fotografie e accorgersi che novantanove su cento non valgono niente è una delle esperienze più umilianti che conosca. eppure è anche una delle poche che, con il tempo, insegna davvero qualcosa.
forse è per questo che preferiamo parlare di talento. perché è una parola romantica. la disciplina, invece, ha qualcosa di profondamente banale. non ci sono film sul martedì pomeriggio passato a camminare senza trovare una fotografia. non ci sono interviste in cui un autore racconta le migliaia di immagini buttate via prima di arrivare a quella che tutti conoscono. ci piacciono i colpi di genio. ci annoia la fatica silenziosa.
ogni tanto penso che il talento sia diventato una forma di educazione. lo diciamo per fare un complimento, ma spesso stiamo semplicemente evitando di guardare il lavoro che c’è sotto. è più facile dire “sei portato” che immaginare quanti anni servano per costruire uno sguardo. è più gentile. e, soprattutto, ci permette di continuare a credere che il nostro problema sia una mancanza di talento e non una mancanza di pazienza.
non so se esista davvero una persona senza talento.
so però che esistono moltissime persone che si arrendono troppo presto.
e forse le confondiamo perché è una distinzione che fa male.
fa male pensare che la distanza tra noi e i fotografi che ammiriamo non sia un dono ricevuto alla nascita, ma una somma infinita di giornate qualunque. giornate in cui non succedeva niente di memorabile. nessuna fotografia straordinaria. nessuna rivelazione. soltanto il gesto ostinato di continuare.
è una prospettiva molto meno romantica.
ma sospetto sia anche molto più vicina alla verità.


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