FOTOGRAFIA PER ORGANI CALDI

la sindrome dell’impostore

la sindrome dell'impostore

c’è una fotografia che, per qualche motivo che ancora oggi non riesco a spiegarmi del tutto, continua a ricevere complimenti. succede ogni tanto. qualcuno la condivide, qualcuno mi scrive, qualcuno la cita durante una conversazione. io, ogni volta, provo una sensazione piuttosto strana. invece di esserne contento, inizio a guardarla cercando di capire dove sia il trucco. mi convinco che, prima o poi, qualcuno si accorgerà che in realtà quella fotografia è molto meno interessante di quanto sembri. che è stata una coincidenza. un colpo di fortuna. una giornata in cui, senza sapere bene come, tutte le cose sono finite al posto giusto nello stesso momento.

non è falsa modestia.

magari lo fosse.

la falsa modestia, almeno, è una strategia. questa è una sensazione molto meno elegante. è il sospetto continuo di aver ingannato qualcuno. e la cosa più assurda è che quel qualcuno, quasi sempre, sono io.

per anni ho pensato che questa fosse una specie di difetto caratteriale. una mancanza di autostima. poi ho iniziato a guardarmi intorno e mi sono accorto che succedeva praticamente a tutti i fotografi che stimavo. nessuno di loro parlava come se avesse finalmente capito tutto. nessuno sembrava essersi lasciato alle spalle il dubbio. anzi, avevo la sensazione che più il lavoro diventasse interessante, più aumentassero le domande.

la cosa mi ha parecchio infastidito.

perché, quando inizi, immagini sempre che da qualche parte esista un punto di arrivo. pensi che un giorno scatterai una fotografia abbastanza buona da metterti finalmente in pace. che da quel momento in poi uscirai di casa con una sicurezza nuova, quasi professionale. come quei falegnami che prendono in mano uno scalpello senza più pensarci.

non è andata così.

o almeno, non per me.

più passava il tempo e più mi accorgevo che ogni fotografia sembrava cancellare quella precedente. uscivo soddisfatto da uno shooting e il giorno dopo avevo già dimenticato tutto. ricominciavo esattamente dallo stesso punto, come se il lavoro fatto fino al giorno prima non avesse alcun valore. bastava una giornata storta per convincermi di essere sempre stato mediocre. bastava una fotografia riuscita per pensare, al contrario, di aver finalmente capito qualcosa. durava pochissimo. il tempo di un paio di giorni, a volte di qualche ora, poi il dubbio tornava a sedersi esattamente dov’era sempre stato.

col tempo ho iniziato a sospettare che il problema fosse un altro.

forse la fotografia ci frega perché produce prove.

uno scrittore può passare mesi dentro un romanzo. un musicista può lavorare su un disco per anni. noi, invece, torniamo a casa con una scheda di memoria piena di immagini. possiamo riguardarle subito. confrontarle. giudicarle. archiviarle. buttare via quelle che non funzionano. è una specie di tribunale portatile che ci portiamo nello zaino e che, puntualmente, avvia il processo ogni volta che rientriamo a casa.

la fotografia lascia pochissimo spazio all’oblio.

ogni errore rimane lì.

ogni intuizione pure.

e noi finiamo per usare entrambe come se fossero la misura del nostro valore.

forse è questo l’equivoco.

continuiamo a pensare che ogni fotografia dica qualcosa su chi siamo.

quando, nella migliore delle ipotesi, dice soltanto chi siamo stati per un centoventicinquesimo di secondo.

il resto ce lo inventiamo noi.

ricordo un periodo in cui riguardavo ossessivamente i provini. cercavo una conferma che non arrivava mai. se trovavo una buona fotografia, tiravo un sospiro di sollievo. se non la trovavo, passavo il pomeriggio convinto di aver perso completamente la capacità di vedere. era un modo piuttosto faticoso di stare al mondo, oltre che discretamente stupido, ma in quel momento mi sembrava normale.

oggi le cose non sono cambiate poi così tanto.

continuo ad avere giornate in cui penso di non capirci più niente. continuo a riguardare certe fotografie chiedendomi se abbiano davvero qualcosa oppure se sia soltanto il ricordo di quel giorno a renderle importanti. la differenza è che, nel frattempo, ho smesso di considerare quel dubbio un incidente.

forse è il mestiere.

forse è inevitabile.

forse una persona che pretende di osservare il mondo con attenzione non può evitare di osservare con la stessa attenzione anche se stessa.

ed è un esercizio piuttosto crudele.

ma comincio a sospettare che il contrario lo sarebbe ancora di più.

perché il giorno in cui riguarderò una fotografia senza avere nemmeno un dubbio, senza chiedermi se poteva essere diversa, senza la fastidiosa sensazione di essere ancora all’inizio, avrò probabilmente smesso di fare la cosa che, fino a quel momento, mi aveva spinto a uscire di casa con una macchina fotografica.

non fotografare.

continuare a cercare.

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