c’è una specie di museo che nessuno visiterà mai. non ha pareti, non ha custodi, non ha un catalogo e, soprattutto, non ha fotografie. è costruito con tutte quelle immagini che, per un motivo o per l’altro, non ho mai scattato. la cosa piuttosto irritante è che continuo a ricordarle molto meglio di tante fotografie che invece sono finite davvero dentro un hard disk. credo dipenda dal fatto che la memoria è una restauratrice disonesta. sulle fotografie vere si accanisce. le rovina, le sbiadisce, ci trova difetti che il giorno prima non vedevamo. quelle che non abbiamo mai scattato, invece, le lascia tranquille. rimangono perfette. non devono sopportare il peso della realtà.
ogni fotografo si racconta una piccola bugia. dice di avere paura di perdere una fotografia. non è vero. quella paura dura una frazione di secondo. quello che ci spaventa davvero è perdere l’idea che avevamo di noi stessi nel momento in cui pensavamo di poterla fare. sono due cose completamente diverse. la fotografia, tutto sommato, è soltanto un rettangolo. l’idea di noi, invece, è un animale piuttosto suscettibile. basta lasciarsi scappare una scena e comincia subito a sussurrarti che un fotografo vero avrebbe reagito più in fretta, avrebbe visto prima, avrebbe avuto la macchina fotografica già pronta, avrebbe scelto il trentacinque invece del cinquantino, avrebbe attraversato la strada, avrebbe corso, avrebbe fatto qualcosa. quel “avrebbe” è una delle parole più tossiche che conosca.
per anni sono uscito con la macchina fotografica addosso come certi pensionati escono con il mazzo di chiavi appeso alla cintura. mi dava l’illusione che il mondo, se proprio avesse deciso di regalarmi qualcosa di irripetibile, mi avrebbe trovato preparato. è una superstizione infantile, ma tremendamente elegante.
il caso, naturalmente, se ne frega. ha un pessimo carattere.
le fotografie migliori hanno la fastidiosa abitudine di presentarsi quando sei in ritardo, quando hai appena riposto la macchina nello zaino, quando stai attraversando la strada con due sacchetti della spesa, quando sei al telefono con tua madre o quando, semplicemente, hai deciso che per oggi basta. è quasi come se il mondo avesse sviluppato un senso dell’umorismo tutto suo e si divertisse a ricordarti che non sei il direttore della fotografia della tua esistenza. sei uno spettatore che, ogni tanto, riesce ad arrivare in tempo.
per parecchio tempo questa cosa mi ha fatto arrabbiare.
poi ha iniziato a incuriosirmi.
perché mi sono accorto che esiste una categoria molto particolare di fotografie mancate. non sono quelle in cui sei arrivato tardi. quelle sono facili da archiviare. ti dici “pazienza” e vai avanti. no, sto parlando di quelle in cui eri perfettamente in orario. la scena era davanti a te. bastava alzare la macchina fotografica. e non l’hai fatto.
succede più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere.
una volta ero a napoli, davanti il duomo, pioveva forte e una donna, anziana, grassa, mal vestitia, correva verso il duomo, attraversando la piazza con un foulard in testa e coprendosi con un sacchetto di plastica. avrei potuto fotografarla. lei non si sarebbe nemmeno accorta di me.
non l’ho fatto.
non per etica. non per rispetto. queste sono risposte che arrivano sempre dopo, quando abbiamo già bisogno di raccontarci una bella storia. la verità è molto meno nobile.
non ne ho avuto voglia.
e questa risposta mi ha disturbato parecchio.
perché fino a quel momento avevo sempre pensato che un fotografo dovesse avere il riflesso condizionato dello scatto. vedere, alzare la macchina, fotografare. un gesto quasi automatico, come respirare. invece no. quel pomeriggio mi sono limitato a guardarlo. poi ho continuato a camminare. e, mentre me ne andavo, una parte di me continuava a ripetere che stavo facendo una cazzata. l’altra, molto più silenziosa, sembrava sorprendentemente serena.
ci ho pensato per settimane.
forse perché quella fotografia non smetteva di mancarmi.
oppure perché avevo il sospetto che non mi mancasse affatto.
ogni tanto ho l’impressione che noi fotografi confondiamo due verbi che dovrebbero rimanere ostinatamente separati.
vedere.
e possedere.
non è la stessa cosa.
non lo è mai stata.
eppure passiamo una quantità ridicola di tempo a convincerci del contrario. vediamo qualcosa di bello e sentiamo immediatamente il bisogno di portarcene via un frammento. come quei bambini che tornano dal mare con le tasche piene di conchiglie e, una volta a casa, scoprono che la spiaggia è rimasta dov’era e che loro, invece, si sono portati dietro soltanto della sabbia.
forse la fotografia nasce proprio da questo equivoco.
dalla convinzione che premere un pulsante significhi trattenere qualcosa.
poi passano gli anni e ti accorgi che non hai trattenuto proprio niente. le persone invecchiano. le città cambiano. i bar chiudono. gli alberi vengono tagliati. perfino tu, quando riguardi una fotografia fatta dieci anni fa, fatichi a riconoscere la persona che l’ha scattata. e allora inizi lentamente a sospettare che quelle immagini non siano mai servite a fermare il tempo. servivano a ricordarti che il tempo, nonostante tutti i nostri sforzi, ha sempre continuato a fare il suo mestiere.
forse è per questo che le fotografie che non ho fatto continuano ostinatamente a seguirmi.
non perché siano migliori.
ma perché non mi permettono di rifugiarmi nell’illusione di aver salvato qualcosa.
mi costringono ad accettare una verità piuttosto scomoda.
che esistono momenti destinati a rimanere soltanto vissuti.
e che, forse, il privilegio più grande che una fotografia possa concederci non è insegnarci quando scattare.
ma quando abbassare la macchina, continuare a camminare e lasciare che il mondo, per una volta, rimanga semplicemente il mondo.


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