FOTOGRAFIA PER ORGANI CALDI

minchiate

minchiate

per molto tempo ho avuto un talento piuttosto sviluppato per inseguire le cose sbagliate. la parte divertente è che, mentre lo facevo, ero assolutamente convinto di stare inseguendo quelle giuste. non credo di essere stato l’unico. penso sia una malattia piuttosto comune tra chi decide di prendere sul serio la fotografia. all’inizio succede quasi senza accorgersene. qualcuno ti dice che dovresti aprire instagram. poi che dovresti pubblicare con più costanza. poi che dovresti cambiare macchina fotografica. poi che sarebbe ora di fotografare modelle vere, non gli amici. poi che, se vuoi fare il salto, devi entrare in certi studi, conoscere certe persone, frequentare certi ambienti. e tu, siccome non hai ancora abbastanza esperienza per distinguere un consiglio da una supercazzata, cominci a mettere insieme tutti quei pezzi nella speranza che, prima o poi, compongano il puzzle.

io ci ho creduto davvero.

ho creduto che un backstage importante mi avrebbe fatto sentire un fotografo importante. ho creduto che fotografare dentro un superstudio avrebbe cambiato il mio modo di vedere. ricordo ancora la prima volta che ci sono entrato. credo di aver passato i primi minuti cercando di sembrare uno che ci era già stato. è una cosa buffa che facciamo tutti quando entriamo in un posto che abbiamo mitizzato troppo. rallentiamo il passo, facciamo finta di sapere dove andare, salutiamo persone che non conosciamo sperando che qualcuna ricambi il saluto e confermi, almeno per un attimo, la nostra appartenenza a quel mondo. intorno c’erano assistenti che spostavano bank enormi con una naturalezza che mi sembrava quasi offensiva, stylist che parlavano una lingua tutta loro e fotografi che impugnavano hasselblad come se fossero nati con la macchina in mano. io, nel frattempo, cercavo disperatamente di convincermi di essere arrivato.

poi è iniziato lo shooting.

e lì è successa una cosa piuttosto deludente.

le fotografie continuavano a dipendere da me.

non dallo studio.

non dalla macchina fotografica.

non dalle luci.

da me.

che è una notizia terribile quando hai passato anni a raccontarti che il problema fosse sempre un po’ più in là. perché finché il problema è una macchina fotografica puoi comprarne un’altra. finché il problema è uno studio puoi sognare di lavorarci. finché il problema sono i clienti puoi dare la colpa al mercato. c’è sempre qualcosa che ti permette di rimandare l’appuntamento con l’idea, piuttosto sgradevole, che forse il tuo sguardo è esattamente dove lo hai lasciato l’ultima volta che hai smesso di usarlo.

non sto dicendo che l’attrezzatura non serva. sarebbe una sciocchezza quanto il contrario. una hasselblad rimane una hasselblad, così come uno studio ben attrezzato rimane uno studio ben attrezzato. il problema nasce quando cominciamo ad attribuire agli oggetti una responsabilità che non hanno mai chiesto di avere. è una forma di superstizione molto elegante. pensiamo che basti avvicinarci abbastanza alle cose che appartengono ai fotografi che ammiriamo per assorbire, per osmosi, anche il loro sguardo. è un po’ come comprare la stessa macchina da scrivere di hemingway e aspettarsi di scrivere meglio.

la parte più ironica è che ogni tanto funziona. compri la macchina nuova, esci a fotografare e per una settimana ti sembra davvero di essere cambiato. torni a casa entusiasta, riguardi i file sul macbook appena comprato e ti convinci che sì, questa volta è successo qualcosa. poi passano dieci giorni. la novità evapora. le fotografie tornano ad assomigliarti. e non sempre è una buona notizia.

ci ho messo parecchio ad accettare che stavo usando tutte quelle cose come si usano certe conversazioni quando non si ha voglia di parlare di sé. riempivo il silenzio. se qualcuno mi avesse chiesto perché una fotografia non funzionava, avrei avuto una risposta pronta. mancava la luce giusta. mancava lo stilyng giusto. mancava la location giusta. mancava il computer abbastanza potente per lavorare bene. mancava sempre qualcosa.

non mancava mai la domanda.

oggi continuo ad amare gli oggetti belli. continuo a emozionarmi davanti a una macchina fotografica costruita bene. continuo perfino a perdere troppo tempo a guardare attrezzatura che probabilmente non comprerò mai. certe malattie non guariscono davvero, impari soltanto a conviverci.

la differenza è che, ogni tanto, riesco a riconoscerle.

e quando succede mi torna in mente una sensazione che avevo completamente dimenticato. quella di quando uscivo a fotografare con una macchina fotografica mediocre, senza sapere quasi niente, e tornavo a casa convinto di aver visto qualcosa.

forse la fotografia comincia esattamente lì.

nel momento in cui smetti di rincorrere tutte le minchiate che promettono di trasformarti in un fotografo migliore e ricominci, molto più modestamente, a chiederti se hai ancora voglia di guardare il mondo con un po’ di curiosità.

il resto, quasi sempre, era soltanto rumore.

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