c’è una fotografia che continuo a riguardare da anni e ogni volta mi succede la stessa cosa. all’inizio penso di ricordarmela perfettamente. mi basta uno sguardo e la mia testa ricostruisce tutto il resto: la piscina, l’acqua fredda, i capelli bagnati, il rumore delle persone poco distante. mi convinco di sapere già dove andranno i miei occhi. è una sensazione abbastanza arrogante, se ci pensi. abbiamo questa strana abitudine di credere che i ricordi siano immobili, quando in realtà cambiano continuamente, proprio come cambiamo noi.
la cosa curiosa è che quella fotografia non è mai rimasta uguale.
la prima volta guardavo il volto.
mi sembrava inevitabile. c’era una ragazza immersa nell’acqua, il viso appena nascosto da un braccio, uno sguardo sospeso che non riuscivo a decidere se fosse stanco, assente o semplicemente distratto. mi sembrava che tutta la fotografia fosse lì.
poi, qualche anno dopo, il volto ha smesso di interessarmi.
non ricordo nemmeno quando è successo. so soltanto che, da un certo momento in poi, ho iniziato a fermarmi sempre sulla mano. è una cosa abbastanza irritante, perché quella mano non fa niente di speciale. non indica, non interagisce con qualcuno, non racconta un’azione. si limita a restare aggrappata al bordo della piscina. eppure, più passa il tempo, più ho l’impressione che tutta la fotografia viva dentro quel gesto minuscolo.
mi capita spesso di chiedermi se quella sensazione fosse già presente tanti ani fa. non ho una risposta e, a essere sincero, spero di non trovarla mai. una delle cose più noiose che possano capitare a una fotografia è diventare completamente spiegabile. nel momento in cui non hai più domande da farle, inizia lentamente a trasformarsi in un oggetto. resta lì, appesa a una parete o salvata dentro una cartella, ma smette di avere quella specie di attrito che avevi sentito la prima volta.
credo che sia questo il motivo per cui diffido un po’ di certi modi di parlare di fotografia. ogni tanto sento dire che bisogna imparare a leggere un’immagine, come se esistesse una grammatica segreta che, una volta imparata, permettesse finalmente di capire tutto. composizione. linee guida. peso visivo. teoria del colore. tutte cose utili, per carità. le ho studiate anch’io e continuo a pensare che conoscere il linguaggio sia importante. il problema è che nessuna di queste cose mi ha mai spiegato perché, dopo anni, io continui a tornare su quella mano.
forse perché non è una questione di lettura.
forse è una questione di tempo.
ho sempre avuto la sensazione che le fotografie assomiglino molto più alle persone che ai libri. la prima volta che conosci qualcuno noti quasi sempre le cose sbagliate. un modo di vestire. un tono di voce. magari un taglio di capelli. poi passano gli anni e, se quella persona rimane nella tua vita, scopri che le cose che ti avevano colpito all’inizio erano quasi irrilevanti. ricordi una pausa prima di una frase. un modo di ridere. il silenzio che faceva quando qualcosa non andava. è come se il tempo, molto lentamente, ripulisse tutto quello che era soltanto superficie.
con le fotografie mi sembra succeda qualcosa di simile.
è un pensiero che mi mette sempre un po’ a disagio.
perché significa che, probabilmente, quando fotografo non sono davvero consapevole di quello che sto facendo. o, almeno, non lo sono fino in fondo. c’è una parte che continua a lavorare senza chiedermi il permesso e che, anni dopo, mi costringe a tornare sulle stesse fotografie come se appartenessero a qualcun altro. è una sensazione strana. un po’ come rileggere un vecchio quaderno e accorgersi che la persona che aveva scritto quelle pagine aveva capito qualcosa che tu, nel frattempo, hai dimenticato.
forse è anche per questo che faccio fatica a prendere sul serio chi pretende di spiegare definitivamente una fotografia. ogni immagine è una specie di accordo temporaneo tra chi l’ha fatta e chi la guarda. cambia continuamente. cambia quando cambiamo noi. cambia quando invecchia. cambia perfino quando dimentichiamo il giorno esatto in cui è stata scattata e iniziamo a ricordarla in modo sbagliato. anzi, sospetto che certe fotografie diventino davvero interessanti proprio in quel momento, quando smettono di raccontare fedelmente quello che è successo e iniziano a raccontare quello che siamo diventati nel frattempo.
forse è questo il motivo per cui continuo a conservare fotografie che, dal punto di vista tecnico, oggi rifarei in modo completamente diverso. non sono lì perché sono perfette. sono lì perché continuano a opporre una certa resistenza. ogni volta che provo a esaurirle, loro aggiungono un’altra domanda. ogni volta che penso di averle finalmente capite, spostano l’attenzione su un dettaglio che fino al giorno prima non esisteva.
e, a pensarci bene, credo che sia esattamente quello che cerco anche nelle fotografie degli altri. non un’immagine che si lasci consumare in dieci secondi, ma qualcosa che abbia la decenza di non consegnarsi subito. qualcosa che, invece di dirmi cosa devo vedere, continui ostinatamente a ricordarmi che vedere è un verbo molto più lento di quanto siamo disposti ad ammettere.


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