— che lavoro fai?
— fotografo.
— bello. matrimoni?
— no.
— moda?
— no.
— pubblicità?
— no.
— e allora?
— sto portando avanti una ricerca personale.
— ah.
silenzio.
mi sono sempre chiesto cosa succeda nella testa dell’altro durante quel silenzio. credo che immagini un uomo che passa le giornate a fotografare muri scrostati, finestre chiuse e signore di spalle mentre attraversano lentamente una strada di provincia. oppure pensa che io sia disoccupato. non saprei dire quale delle due ipotesi mi faccia più ridere.
i fotografi hanno una caratteristica piuttosto curiosa. riusciamo a prendere una cosa meravigliosamente semplice e a raccontarla come se stessimo negoziando un trattato di pace alle nazioni unite. non facciamo fotografie. sviluppiamo linguaggi. non usciamo a fotografare. esploriamo territori visivi. non abbiamo idee. abbiamo urgenze narrative. se una fotografia è sfocata non è sfocata. mette in discussione il concetto stesso di nitidezza. ogni tanto ho l’impressione che basterebbe fotografare una tazzina di caffè e, con uno statement scritto abbastanza bene, riusciremmo a convincere qualcuno che in realtà stiamo parlando della crisi dell’occidente.
la parte buffa è che questa malattia non colpisce soltanto chi espone nei musei. anzi. secondo me attecchisce molto meglio nelle periferie della fotografia, dove tutti noi passiamo la maggior parte del tempo. basta entrare in un festival, in una mostra o in una presentazione di un libro e dopo cinque minuti hai già sentito pronunciare le parole ricerca, identità, processo, visione, autorialità, curatela e residenza artistica. è quasi commovente. decine di persone che parlano di fotografia senza mai nominare una fotografia.
ogni mestiere ha il suo gergo, sia chiaro. il cardiologo usa parole che io non capisco e mi sembra perfettamente normale. se mi dice che ho una stenosi coronarica invece di un problema al cuore, tendo perfino a fidarmi di più. il punto è che lui, cinque minuti dopo, mi apre il torace.
noi, nella migliore delle ipotesi, facciamo una mostra.
ed è qui che, ogni tanto, mi viene da ridere.
immagino un cardiochirurgo che, entrando in sala operatoria, dica al paziente: “oggi vorrei affrontare il concetto di bypass attraverso una riflessione personale sul rapporto tra bisturi e memoria.” probabilmente qualcuno gli toglierebbe il camice prima ancora dell’anestesia. noi, invece, abbiamo costruito un intero ecosistema in cui questo modo di parlare non solo è accettato, ma viene addirittura premiato. più una frase è incomprensibile, più sembra profonda. se poi nessuno capisce cosa voglia dire, ancora meglio. significa che l’opera è complessa.
è una truffa meravigliosa.
e la cosa più divertente è che i primi a cascarci siamo noi.
perché sotto tutta quella terminologia elegante continua a esserci una persona che, molto banalmente, è uscita di casa con una macchina fotografica sperando di trovare qualcosa che valesse la pena guardare. tutto il resto arriva dopo. arrivano gli statement, le bio scritte in terza persona, le fotografie appoggiate ai muri delle gallerie, le interviste in cui impari a dire pratica artistica invece di lavoro e dispositivo invece di fotografia. ogni ambiente costruisce il proprio dialetto. il nostro ha semplicemente il difetto di prendersi terribilmente sul serio.
forse è inevitabile.
forse succede perché abbiamo una paura fottuta di sembrare banali.
dire “mi piace fotografare le persone” è di una semplicità quasi offensiva. molto meglio dire che si sta indagando la fragilità dell’individuo contemporaneo attraverso una riflessione stratificata sul paesaggio antropico. non significa quasi niente, ma dà l’impressione che, da qualche parte, ci sia una profondità che gli altri non sono ancora pronti a cogliere. è una forma di vanità piuttosto sofisticata. invece di comprare una macchina sportiva, impariamo un vocabolario.
la verità è che la fotografia possiede già un privilegio enorme. ci permette di passare il tempo a guardare il mondo con un’attenzione che la maggior parte delle persone, semplicemente, non ha il lusso di concedersi. è un mestiere bellissimo proprio perché è inutile. e lo dico come il complimento più grande che riesco a immaginare. nessuno morirà se sbaglieremo un’inquadratura. nessuna famiglia riceverà una telefonata nel cuore della notte perché abbiamo scelto il cinquantino invece del trentacinque. domani mattina il mondo continuerà tranquillamente a girare anche se la nostra ultima serie non verrà selezionata da nessun festival.
e questa, invece di umiliarci, dovrebbe restituirci una libertà gigantesca.
non siamo costretti a salvare nessuno.
non dobbiamo dimostrare di essere profondi.
non abbiamo bisogno di sembrare tormentati per legittimare quello che facciamo.
ci è capitata una delle occupazioni più assurde e privilegiate che esistano: passare una parte della nostra vita cercando di capire perché una certa luce, una certa faccia o una certa coincidenza ci facciano venire voglia di premere un pulsante.
è già una fortuna spropositata.
forse potremmo smettere di comportarci come se stessimo operando a cuore aperto.
e tornare, ogni tanto, ad avere l’umiltà di ammettere che siamo soltanto dei fotografi.
che, tutto sommato, è già un mestiere abbastanza strano così com’è.


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