c’è qualcosa di profondamente ingenuo nelle mail con cui proponiamo un progetto fotografico. le rileggiamo dieci volte, togliamo un aggettivo, aggiungiamo una virgola, cambiamo “salve” con “ciao” perché ci sembra più umano, cancelliamo “gentile redazione” perché sembra troppo freddo, poi rimettiamo “gentile redazione” perché “ciao” forse è troppo confidenziale. passiamo venti minuti a scegliere il tono giusto per una conversazione che, molto probabilmente, non inizierà mai.
mi ha sempre colpito questa sproporzione.
passiamo ore a limare una mail che qualcuno, dall’altra parte, leggerà forse per trenta secondi. sempre che la legga. è una specie di teatro privato in cui l’unico spettatore rischia di non presentarsi mai. eppure continuiamo a provare le battute, a cambiare il ritmo di una frase, a sostituire un “penso” con un “credo” come se da quella sfumatura dipendesse il destino di un progetto che, nella nostra testa, esiste già da mesi.
quando scrivi una proposta succede una cosa strana. smetti quasi subito di parlare del progetto. inizi a parlare di te, soltanto che non te ne accorgi. credi di stare spiegando un’idea, in realtà stai cercando il modo più educato possibile per dire: guarda, ci ho messo una parte della mia vita dentro questa cosa. se hai cinque minuti, prova a trattarla con un minimo di delicatezza.
naturalmente quella frase non la scrive nessuno.
scriviamo cose molto più eleganti.
“penso che questo progetto possa essere in linea con la vostra linea editoriale.”
“mi piacerebbe sottoporvi…”
“resto a disposizione…”
il linguaggio professionale è una delle invenzioni più affascinanti dell’essere umano. riesce a trasformare una richiesta d’affetto in una mail perfettamente formattata.
ricordo ancora una di quelle proposte. non tanto il progetto, che nel frattempo è diventato una di quelle idee che ogni tanto riemergono da un hard disk come vecchie fotografie di famiglia. ricordo la mail. ricordo di averla riletta una quantità imbarazzante di volte. a un certo punto stavo correggendo parole che nessuno avrebbe mai letto con l’attenzione con cui le stavo correggendo io. è una forma di narcisismo molto particolare. non quello di chi si sente un genio. quello di chi, per qualche minuto, si convince che il mondo stia aspettando esattamente il suo modo di usare una virgola.
poi premi “invia”.
e lì succede qualcosa di bellissimo.
per circa dieci minuti sei felice.
non perché pensi che pubblicheranno il progetto.
perché finalmente hai smesso di correggere la mail.
è una sensazione che dura pochissimo. il tempo necessario perché il cervello trovi un’altra occupazione. di solito la trova abbastanza in fretta. comincia a chiedersi se la mail sia arrivata. se l’allegato si apra correttamente. se il pdf pesasse troppo. se il titolo fosse abbastanza interessante. se fosse stato meglio allegare cinque fotografie invece di otto. se avresti dovuto aspettare lunedì mattina invece di scrivere venerdì pomeriggio. se il “cordiali saluti” fosse troppo freddo. se il “un saluto” fosse troppo informale.
è incredibile quante possibilità riesca a produrre una mente quando il controllo le è appena stato sottratto.
la fotografia, in fondo, ci abitua molto male.
abbiamo sempre l’impressione che basti intervenire ancora una volta. un piccolo ritaglio. mezzo stop di esposizione. un contrasto appena accennato. la fotografia ci insegna che quasi tutto è modificabile.
le mail no.
una volta partite diventano reperti archeologici.
non puoi rincorrerle.
non puoi gridare “aspetta, togli quell’aggettivo.”
restano lì.
ed è forse la cosa più vicina che conosca alla sensazione di consegnare una parte di sé a qualcuno senza avere la minima idea di come verrà accolta.
poi arriva il silenzio.
non sempre, certo.
ma abbastanza spesso da diventare familiare.
ed è curioso come il silenzio riesca a cambiare retroattivamente perfino il ricordo di quella mail. la rileggi settimane dopo e improvvisamente ti sembra goffa. troppo lunga. troppo entusiasta. troppo precisa. troppo vaga. troppo tutto. è un trucco piuttosto meschino della memoria. invece di accettare che qualcuno possa semplicemente non essere interessato, preferiamo convincerci di aver sbagliato una parola. una parola è rassicurante. una parola si può correggere. l’indifferenza degli altri, invece, no.
col tempo ho iniziato ad affezionarmi a quelle mail.
non perché abbiano funzionato.
quasi mai è andata così.
mi piacciono perché raccontano una versione di me che oggi faccio un po’ fatica a incontrare. una persona che riusciva ancora a credere che le idee, da sole, potessero aprire una porta. è un’ingenuità enorme. probabilmente anche necessaria. se sapessimo in anticipo quante porte rimarranno chiuse, forse smetteremmo di bussare molto prima del dovuto.
ogni tanto mi capita di ritrovare una di quelle proposte in mezzo ai vecchi documenti. le apro con lo stesso imbarazzo con cui si rilegge una lettera d’amore scritta a vent’anni. ci trovo dentro un entusiasmo che oggi mi fa sorridere, qualche frase decisamente migliorabile e una fiducia quasi commovente nel fatto che, dall’altra parte dello schermo, ci fosse qualcuno disposto a dedicare tempo a un perfetto sconosciuto.
non provo nostalgia.
la nostalgia è troppo elegante.
provo tenerezza.
perché oggi mi è abbastanza chiaro che quelle mail non venivano scritte per convincere una redazione.
venivano scritte per convincere me.
avevo bisogno di credere che quel progetto meritasse di esistere e, come succede quasi sempre quando non siamo ancora capaci di dircelo da soli, speravo che fosse qualcun altro a confermarlo.
forse tutte le proposte che inviamo funzionano così.
crediamo di spedire un pdf.
in realtà ci stiamo facendo una domanda.
e la domanda, da anni, continua ostinatamente a essere sempre la stessa.
“secondo te vale la pena continuare?”


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