FOTOGRAFIA PER ORGANI CALDI

qualche considerazione sul ritratto

ritratto fotografico

c’è una superstizione abbastanza comoda, nel ritratto, e cioè che per raccontare una persona serva mostrarne la faccia. sembra una cosa ovvia, quasi idiota da mettere in discussione, perché da quando siamo bambini ci insegnano che una persona sta lì, dentro quel perimetro più o meno disgraziato tra fronte, occhi, naso, bocca, mento, orecchie e tutte quelle piccole asimmetrie che tua madre chiama caratteristiche e il resto del mondo, con molta meno poesia, chiama difetti. il problema è che appena metti una faccia dentro una fotografia succede una cosa molto sgradevole: smettiamo quasi subito di cercare una persona e iniziamo a giudicare una superficie. facciamo finta di guardare, ma in realtà stiamo compilando una scheda. bello. brutto. interessante. anonimo. stanco. naso importante. occhi piccoli. pelle così così. volto comune. faccia da uno che potresti vedere ogni mattina sulla metro rossa e dimenticare prima ancora di essere uscito dai tornelli.

ed è una cosa che conosco bene, perché io con la mia faccia ho sempre avuto un rapporto più amministrativo che sentimentale. ce l’ho, la uso, ci pago le conseguenze. non mi sono mai illuso che fosse un grande strumento narrativo. non ho una di quelle facce che sembrano già scritte da un romanziere russo, con dentro la guerra, l’infanzia difficile, la redenzione e un bicchiere di vodka appoggiato sul comodino. ho una faccia normale, che è forse una delle condanne più sottovalutate dell’essere umano contemporaneo. perché la bruttezza almeno ogni tanto diventa carattere, la bellezza diventa valuta, mentre la normalità rimane lì, in mezzo, come una sala d’attesa male illuminata. se avessi pubblicato un mio ritratto frontale, pulito, con la faccia bene in vista, probabilmente molti avrebbero fatto quello che faccio anch’io quando vedo il volto di qualcuno in una fotografia: avrebbero smesso di leggere l’immagine e avrebbero iniziato a leggere me come si legge un referto medico scritto da un estetista cattivo.

magari avrebbero notato il naso. quasi sicuramente il naso. il naso, nelle fotografie, ha una vita propria, una carriera, una personalità più strutturata della tua. tu puoi anche passare anni a costruire uno sguardo, a leggere libri, ad ascoltare musica, a fotografare, a sbagliare, a cercare un modo decente per stare al mondo, poi arriva una fotografia e tutto viene risucchiato da un pezzo di cartilagine piazzato al centro della faccia come un monumento comunale mai restaurato. è abbastanza umiliante, se ci pensi. uno crede di essere la somma di esperienze, desideri, fallimenti, ricordi, paure, canzoni ascoltate di notte e scelte sbagliate fatte con una convinzione quasi eroica, e invece per lo sguardo degli altri rischia di diventare semplicemente uno con il naso grande.

forse per questo mi interessano i ritratti in cui la faccia manca, o viene coperta, tagliata, negata, resa secondaria. non perché siano più misteriosi, che è una parola che in fotografia viene usata spesso quando non sappiamo bene cosa dire, ma perché obbligano chi guarda a lavorare un po’ di più. se non ti do una faccia da giudicare, devi cercare altrove. devi guardare le cuffie, per esempio. e non un paio di cuffie qualsiasi, ma quelle cuffie lì, ingombranti, curate, costose quel tanto che basta per dire una cosa abbastanza precisa: questa persona ascolta musica e probabilmente ci tiene a sentirla bene, che è già una forma di biografia molto più interessante di “ha gli occhi marroni”. gli oggetti che scegliamo, soprattutto quelli che ci portiamo addosso senza pensarci troppo, raccontano spesso più di quanto vorremmo. tradiscono il modo in cui proviamo a consolarci, a isolarci, a costruirci un piccolo recinto sonoro dentro il casino del mondo. una faccia può mentire, o almeno può essere allenata a farlo. un oggetto scelto male mente molto peggio.

poi c’è la mascherina, che oggi sembra quasi un residuo archeologico e invece per un periodo è stata la cornice obbligatoria di qualsiasi faccia incontrassimo. la mascherina ha fatto una cosa strana ai ritratti. ha tolto la bocca, quindi ha tolto una parte enorme della recita. niente sorrisi di circostanza, niente smorfie, niente quella gentilezza muscolare che usiamo per sembrare meno stanchi di quanto siamo. ha lasciato gli occhi, certo, ma gli occhi da soli vengono sopravvalutati. tutti dicono che gli occhi sono lo specchio dell’anima, che è una frase molto bella finché non ti rendi conto che la maggior parte delle volte gli occhi stanno solo cercando di capire se il semaforo è diventato verde o se abbiamo dimenticato il gas acceso. la mascherina, più che rivelare, ha sospeso. ha trasformato le persone in presenze provvisorie, mezze riconoscibili e mezze no, come se stessimo tutti partecipando a una rapina molto educata e lunghissima.

in quella fotografia, quindi, non c’era la mia faccia, e proprio per questo forse c’ero molto di più. c’era il periodo storico, quella parentesi di merda in cui abbiamo imparato a riconoscerci dagli occhi e a diffidare del respiro degli altri. c’era la musica, o almeno l’idea di qualcuno che prova a costruirsi un riparo dentro la musica. c’era una certa distanza dal mondo, non drammatica, non poetica, più quella distanza pratica di chi si mette le cuffie anche quando non sta ascoltando niente solo per comunicare agli altri che, per favore, oggi no. c’era tutto questo, e tutto questo avrebbe rischiato di sparire se al centro dell’immagine ci fosse stata una faccia da classificare in tre secondi.

è per questo che mi fa ridere quando qualcuno dice che un ritratto deve mostrare “chi sei”. come se “chi sei” fosse una cosa stabile, disponibile, fotografabile alle quattro del pomeriggio con una luce decente e un fondale neutro. io non so nemmeno chi sono mentre compilo un modulo online, figurarsi davanti a un obiettivo. davanti a una macchina fotografica diventiamo tutti dei piccoli criminali emotivi. nascondiamo qualcosa, enfatizziamo qualcos’altro, scegliamo una postura, controlliamo il mento, proviamo a sembrare intelligenti, profondi, rilassati, intensi, magari tutte queste cose insieme, che è il modo più sicuro per sembrare uno che sta trattenendo uno starnuto. il volto non è sempre una rivelazione. molto spesso è una strategia difensiva.

e allora forse un ritratto non deve necessariamente mostrarti come sei. forse dovrebbe mostrare il modo in cui provi a non essere visto completamente. questa cosa mi interessa molto di più. mi interessa il tentativo, l’impaccio, il travestimento involontario. mi interessa quello che rimane quando togliamo l’evidenza più facile. perché una faccia è comoda, tremendamente comoda. ti permette di pensare di aver capito una persona senza dover attraversare tutto il resto. è come leggere il titolo di un libro e convincersi di averlo finito. succede continuamente. con le fotografie, con le persone, con noi stessi. guardiamo una superficie, le diamo un nome, poi passiamo oltre con quella sicurezza un po’ miserabile di chi ha appena confuso la velocità con l’intelligenza.

forse i ritratti sono difficili proprio per questo. non perché serva una luce perfetta, un obiettivo giusto, una posa naturale, tutte cose utili ma anche abbastanza sopravvalutate da chi vuole trasformare ogni problema umano in un problema tecnico. i ritratti sono difficili perché hanno a che fare con la crudeltà dello sguardo. con il modo in cui riduciamo gli altri a un dettaglio e poi pretendiamo che quel dettaglio dica la verità. con la paura, molto concreta, molto poco artistica, di essere guardati e fraintesi nello stesso istante. io non volevo far vedere com’ero. forse perché non mi piaceva. forse perché non mi fidavo. forse perché, molto più semplicemente, sapevo che appena una faccia entra nell’immagine si prende tutto lo spazio, anche quello che non le spetta, come certe persone alle cene che parlano sempre più forte finché tutti si dimenticano perché erano lì.

in quella fotografia, senza faccia, restava qualcosa di meno preciso e forse per questo più onesto. restava un corpo sottratto al giudizio, una mascherina che inchiodava l’immagine a un tempo schifoso, un paio di cuffie che dicevano abbastanza senza avere la maleducazione di spiegare troppo, e quella piccola speranza, probabilmente ingenua, che qualcuno, non potendo appigliarsi al mio naso o alla mia bruttezza normale da passeggero della metro, fosse costretto almeno per qualche secondo a cercare una persona invece di una faccia.



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