FOTOGRAFIA PER ORGANI CALDI

quando fotografare smette di essere divertente.

fotografie inutili

ogni tanto mi capita di uscire con la macchina fotografica e accorgermi che la parte più bella della giornata è il caffè prima di iniziare. detta così sembra una minchiata. e forse lo è. perché, se per anni hai raccontato a tutti che la fotografia è la cosa che ami di più, arriva un momento in cui anche la minima crepa ti sembra il preludio di un crollo. continui a preparare lo zaino con la stessa cura di sempre, controlli che ci siano le batterie, le schede di memoria, magari perdi anche cinque minuti a decidere quale obiettivo lasciare a casa per convincerti che viaggerai più leggero. poi esci, fai gli stessi gesti che hai fatto centinaia di volte e ti accorgi che qualcosa, nel frattempo, ha cambiato posto. non fuori. dentro.

la cosa curiosa è che nessuno parla mai di questo momento. quando si racconta la fotografia, si racconta quasi sempre l’innamoramento. è una storia che funziona bene. c’è il ragazzo che riceve la prima macchina fotografica, scopre di avere uno sguardo, inizia a fotografare qualsiasi cosa respiri e passa i mesi successivi convinto che il mondo sia improvvisamente diventato più interessante. è un racconto bellissimo. il problema è che, come tutte le storie d’amore raccontate troppo bene, si interrompe sempre un attimo prima della parte complicata.

nessuno racconta cosa succede quando la fotografia diventa un’abitudine.

non un lavoro, necessariamente. sarebbe troppo facile dare la colpa ai clienti. le passioni sono perfettamente in grado di consumarsi anche da sole. basta ripetere abbastanza volte lo stesso gesto. all’inizio fotografi perché hai paura di dimenticare quello che hai visto. poi inizi a fotografare perché sei un fotografo. sembra una differenza minuscola. in realtà è enorme.

me ne sono accorto una mattina mentre camminavo senza una meta precisa. era una giornata qualunque, di quelle che qualche anno prima mi sarebbero sembrate perfette. una luce morbida, gente per strada, il tipo di caos che normalmente mi costringe a rallentare perché ho la sensazione che qualcosa possa succedere da un momento all’altro. invece continuavo a camminare con la macchina fotografica in mano senza alzarla quasi mai. non perché non ci fossero fotografie. semplicemente non avevo voglia di cercarle.

la prima reazione è stata pensare che mi stesse passando.

è una paura abbastanza infantile, ma tremendamente diffusa. quando trasformi una passione in una parte della tua identità, qualunque momento di stanchezza assume immediatamente proporzioni ridicole. se uno che ama correre salta una settimana di allenamenti, pensa di essere stanco. se un fotografo passa un mese senza fotografare, inizia già a chiedersi se abbia perso lo sguardo. siamo bravissimi a costruire tragedie partendo da dettagli minuscoli. forse perché ci fanno sentire vivi. forse perché ammettere che certe cose cambiano lentamente è molto meno cinematografico.

ci ho messo parecchio a capire che il problema non era la fotografia.

era il peso che avevo cominciato ad attribuirle.

ogni uscita doveva produrre qualcosa. una fotografia da pubblicare. una fotografia da stampare. una fotografia da tenere. era sparita la possibilità, meravigliosamente inutile, di tornare a casa senza niente. eppure, ripensandoci, alcune delle passeggiate più importanti della mia vita sono state proprio quelle in cui non ho fotografato quasi nulla. non perché fossero giornate sprecate. perché stavo ancora imparando a guardare.

c’è una frase che continuo a ripetermi ogni volta che attraverso questi periodi. non serve quasi a niente, ma mi aiuta a ridimensionare il dramma. mi ricordo che, quando ero bambino, passavo pomeriggi interi a costruire città con i lego. certe volte lasciavo tutto a metà e uscivo in bicicletta. il giorno dopo tornavo e ricominciavo esattamente da dove avevo smesso. non mi veniva in mente di chiedermi se avessi smesso di amare i lego. semplicemente, quel giorno avevo voglia di fare altro.

non so quando abbiamo iniziato a pretendere dalle passioni una fedeltà che non chiediamo nemmeno alle persone.

forse la fotografia smette di essere divertente proprio nel momento in cui smette di poter essere inutile.

quando ogni uscita deve giustificare il tempo speso.

quando ogni fotografia deve dimostrare qualcosa.

quando il piacere silenzioso di guardare viene lentamente sostituito dall’ansia di tornare a casa con una prova.

la cosa buffa è che, ogni volta che provo a forzare quel meccanismo, succede sempre la stessa identica cosa. torno a casa con fotografie corrette, ordinate, perfino dignitose. manca soltanto una cosa.

la voglia di riguardarle.

e forse è l’unico sintomo a cui, col passare degli anni, ho imparato davvero a dare ascolto.

perché una fotografia riuscita la riconosci anche dal desiderio di tornarci sopra. non per capire se è venuta bene. per vedere se, nel frattempo, ha iniziato a raccontarti qualcosa che il giorno dello scatto non avevi ancora avuto il tempo di ascoltare. E quando questo desiderio sparisce, non credo che la soluzione sia uscire a fotografare ancora di più. sospetto che, qualche volta, il gesto più onesto sia proprio l’opposto. lasciare la macchina fotografica a casa, fare una passeggiata, bere quel caffè senza sentirsi in colpa e concedersi il lusso di non essere fotografi per un pomeriggio. Le passioni, dopotutto, assomigliano molto alle persone: soffocano quando pretendiamo di averle sempre a disposizione.

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