ogni volta che apro instagram mi capita di imbattermi in qualcuno che promette di insegnare ai fotografi come trovare clienti. come aumentare il fatturato. come costruire un personal brand. come vivere di fotografia lavorando quattro giorni al mese da una spiaggia di bali con il macbook sulle ginocchia. è una categoria di contenuti che, lo ammetto, mi affascina quasi quanto i documentari sui culti religiosi. non perché ci creda. perché mi interessa capire come facciano a funzionare così bene.
la risposta, temo, è piuttosto semplice.
funzionano perché promettono una scorciatoia.
e noi adoriamo le scorciatoie.
anche quando sappiamo perfettamente che non esistono.
la fotografia, invece, ha un difetto abbastanza fastidioso. continua ostinatamente a riportarti nello stesso punto. puoi seguire tutti i corsi di marketing che vuoi, imparare a scrivere il preventivo perfetto, pubblicare tre reel al giorno e usare parole come funnel senza sapere esattamente cosa significhino. puoi perfino convincere qualcuno ad affidarti un lavoro.
poi, però, arriva il momento in cui devi fare una fotografia.
ed è lì che tutta la strategia finisce.
perché la fotografia ha questa cattiva abitudine di chiederti conto delle fotografie.
non del resto.
questa cosa mi è sembrata ingiusta per molto tempo. speravo sinceramente che esistesse un modo per aggirare il problema. un algoritmo. un trucco. una tecnica di vendita abbastanza raffinata da compensare il fatto che le mie fotografie, semplicemente, non fossero ancora abbastanza buone. sarebbe stato molto più rassicurante. avrei potuto continuare a comprare corsi, libri, consulenze, qualsiasi cosa pur di evitare l’idea più banale e, proprio per questo, più difficile da accettare.
forse il problema erano le fotografie.
è una possibilità che prendiamo in considerazione sempre troppo tardi.
preferiamo parlare di posizionamento.
di branding.
di strategia.
di engagement.
sono parole interessanti perché spostano la conversazione in un territorio dove è molto più difficile dire se uno è bravo oppure no. nessuno riesce davvero a spiegare cosa significhi avere un personal brand efficace, ma quasi tutti sono in grado di riconoscere una fotografia vuota quando la vedono.
il punto è che una fotografia vuota rimane vuota anche se la racconti benissimo.
puoi scrivere una didascalia commovente.
puoi costruire un sito perfetto.
puoi avere un logo elegante e un feed ordinato.
ma prima o poi rimarrai da solo con una fotografia.
e quella fotografia dovrà cavarsela senza tutto il resto.
non sto dicendo che il marketing non serva. sarebbe sciocco quanto dire che non servano gli obiettivi. serve. eccome se serve. ma arriva dopo. molto dopo. il marketing amplifica quello che sei già. se le tue fotografie hanno una voce, la farà arrivare più lontano. se non ce l’hanno, amplificherà soltanto il nulla.
forse è questo il motivo per cui diffido di chi promette risultati prima ancora di guardare il lavoro delle persone. è un po’ come insegnare a qualcuno a vendere un romanzo senza chiedersi se il romanzo sia stato scritto.
e qui arriva la parte meno piacevole.
ogni tanto bisogna avere il coraggio di riguardare le proprie fotografie e concedersi un pensiero piuttosto brutale.
forse fanno schifo.
non perché siamo senza speranza.
semplicemente perché, in questo momento, fanno schifo.
e sai qual è la buona notizia?
che una fotografia può migliorare.
quello che non migliora mai è la convinzione di essere già arrivati.
quella, più di qualsiasi fotografia mediocre, è l’unica cosa che conosco capace di rimanere identica per tutta la vita.



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