apri la cartella del portfolio e scopri subito una cosa spiacevole: non sei un fotografo, sei l’avvocato difensore delle tue foto peggiori. le conosci una per una, sai perfettamente quali non dovrebbero stare lì dentro, sai quali stanno solo occupando spazio perché ti ricordano un pomeriggio, una persona, una fatica, una luce che dal vivo sembrava molto più intelligente, eppure continui a proteggerle con la stessa tenerezza patetica con cui certi genitori difendono figli chiaramente stronzi dicendo che sono solo molto sensibili. come creare un portfolio fotografico dovrebbe essere una cosa semplice, quasi pratica, una di quelle cose da risolvere con metodo, cartelle, stelline, esportazioni ordinate e magari una playlist triste in sottofondo, invece diventa immediatamente una piccola autopsia della tua incapacità di separare le fotografie da quello che ti è successo mentre le facevi.
perché il portfolio fotografico, nella teoria, dovrebbe mostrare cosa sai fare. nella pratica, molto spesso, mostra quanto sei disposto a mentire pur di non buttare via qualcosa che ti somiglia. ci metti la foto buona, certo, quella che funziona davvero, poi subito dopo infili quella che “però ha un’atmosfera”, che è una frase meravigliosa perché può voler dire tutto e quasi sempre vuol dire niente. infili quella difficile, perché ti ricordi che quel giorno pioveva, avevi freddo, il soggetto era nervoso, la batteria stava morendo e tu, nonostante tutto, hai portato a casa qualcosa, come se il portfolio fosse un tribunale del lavoro e non una selezione di immagini. infili quella che piaceva a una persona che volevi impressionare. infili quella tecnicamente pulita ma emotivamente morta, una specie di cadavere ben pettinato. infili quella che dimostra che sai fare anche altro, e di solito dimostra soltanto che non sai ancora decidere cosa vuoi essere.
il problema di un portfolio non è mai solo cosa mettere dentro. il problema è cosa hai paura di togliere.
questa è la parte che nessuna guida ordinata riesce davvero a spiegare, forse perché dirlo suona troppo crudele per un articolo con foto stock di scrivanie bianche e laptop aperti. creare un portfolio fotografico significa tradire. tradire fotografie che ami, lavori che ti sono costati fatica, immagini che un tempo ti sembravano importanti e oggi stanno lì come certi ex nei social: non fanno più parte della tua vita, però ogni tanto le guardi e ti convinci che forse, in fondo, qualcosa c’era. il portfolio non premia l’affetto. non premia lo sforzo. non premia la sofferenza, che pure noi fotografi amiamo molto usare come certificato di autenticità, come se aver sofferto per una foto la rendesse automaticamente meno inutile. il portfolio premia la necessità. e la necessità è una cosa brutale, sfrontata, senza alcun rispetto per i tuoi ricordi.
come scegliere le foto per un portfolio quando ami quelle sbagliate
scegliere le foto per un portfolio fotografico è difficile perché noi non guardiamo mai davvero le nostre fotografie. guardiamo il loro backstage emotivo. vediamo quello che non c’è nell’immagine. la persona prima che si girasse. la luce prima che sparisse. il momento subito dopo, quando tutto sembrava più vivo. la strada fatta per arrivare lì. l’ansia. l’attesa. la piccola sensazione, quasi sempre sbagliata, di aver fatto qualcosa di importante. chi guarda il portfolio, invece, non sa niente di tutto questo, e soprattutto non gliene frega un cazzo. non era lì. non ti deve nulla. non ha firmato un impegno a partecipare alla tua nostalgia.
questa è una delle cose più umilianti della fotografia: il pubblico vede solo la fotografia. sembra ovvio, ma per noi non lo è mai. noi vorremmo che vedesse anche l’intenzione, la difficoltà, il rischio, la storia, il fatto che quella foto sia nata in un periodo complicato, il fatto che prima facevamo molto peggio, il fatto che quella, rispetto alle altre ventisette imbarazzanti della stessa giornata, sia praticamente un miracolo. ma il portfolio non è un gruppo di supporto. non è lì per dire “bravo, almeno ci hai provato”. il portfolio, quando funziona, è freddo. prende una foto e le chiede una cosa sola: reggi senza spiegazioni?
molte fotografie non reggono.
non reggono senza una didascalia. non reggono appena le metti accanto a immagini migliori. non reggono appena smetti di difenderle con l’autopsia del tuo dolore. alcune fotografie sono come certe persone frequentate per disperazione: da sole sembrano quasi interessanti, poi le porti in mezzo a qualcuno di vivo e capisci subito che ti eri solo illuso. e allora devi fare la cosa più difficile, cioè tagliare. non migliorare. non sistemare. non provare un altro bianco e nero, un’altra curva, un altro crop, un altro preset con un nome tipo “cinematic sadness 04”. tagliare. prendere la foto e ammettere che non serve.
se vuoi approfondire l’argomento leggi: come leggere una fotografia
il criterio più semplice, e anche il più diretto, è questo: se devi spiegare troppo perché una foto è nel portfolio, probabilmente non dovrebbe esserci. non sempre, certo. ci sono fotografie lente, ambigue, sottili, che chiedono tempo e non fanno la ruota come pavoni disperati. ma c’è una differenza enorme tra una fotografia che ha bisogno di tempo e una fotografia che ha bisogno invece un avvocato. la prima resiste. la seconda si appoggia a te come tuo zio ubriaco al matrimonio di tua cugina.
il portfolio fotografico non è il cestino dell’umido della tua sensibilità
il portfolio fotografico non dovrebbe contenere tutto quello che ti rappresenta. questa frase fa male perché noi, naturalmente, vogliamo essere rappresentati da tutto. vogliamo che il mondo capisca la nostra complessità, cioè spesso la nostra incapacità di scegliere. vogliamo mettere dentro il ritratto, la street, il paesaggio, l’editoriale, il backstage, la foto analogica, il progetto personale, il lavoro commerciale, quella cosa più intima, quella cosa più sporca, quella cosa più concettuale, quella cosa fatta in normandia, quella fatta al matrimonio dell’amico, quella in cui una signora porta a spasso un cane, in braccio, vestito da babbo natale. vogliamo dire: guardate, sono uno nessuno e centomila. in realtà il portfolio spesso dice: guardate, non so chi sono.
la versatilità è bellissima quando sei bravo. quando non lo sei abbastanza, somiglia più alla disperazione.
un portfolio non deve dimostrare che puoi fare tutto. deve far capire perché qualcuno dovrebbe fidarsi di te per qualcosa. lo so, suona limitante, quasi volgare, perché a noi piace pensare che un fotografo sia una creatura libera, trasversale, capace di attraversare generi, linguaggi, forme, mercati, magari anche dimensioni parallele se pagato il 50% in anticipo. però chi guarda un portfolio, soprattutto se deve sceglierti per un lavoro, non sta cercando la tua anima intera. sta cercando segnali. coerenza. affidabilità. una direzione. qualcosa che gli faccia pensare che non gli consegnerai un fritto misto di buone intenzioni.
e questo non significa appiattirsi. significa smettere di usare il portfolio come confessionale. certe foto devi tenerle fuori non perché siano brutte, ma perché appartengono a un altro discorso. altre devi tenerle fuori perché sono brutte e basta, ma quelle, stranamente, sono le più difficili da eliminare perché abbiamo un attaccamento morboso proprio verso ciò che ci accusa. la foto mediocre dice: ti ricordi quando credevi di aver capito? e noi, invece di cancellarla, la conserviamo come prova di un processo che nessuno ci ha chiesto di documentare.
quante foto mettere in un portfolio prima che sembri una richiesta d’aiuto
la tentazione è metterne troppe. sempre. perché dentro di noi vive un piccolo impiegato del catasto emotivo convinto che la quantità dimostri valore. più foto, più lavoro. più lavoro, più serietà. più serietà, più possibilità che qualcuno, sfinito dalla visione della trentaseiesima immagine, finalmente capisca che siamo profondi. il problema è che nessuno arriva mai alla trentaseiesima immagine con gratitudine. ci arriva con stanchezza, sospetto e una crescente voglia di chiudere la scheda per guardare video di animali che cadono da divani molto bassi.
un portfolio forte spesso ha meno fotografie di quante vorresti e più fotografie di quante meriti. questa è la misura tragica. abbastanza per mostrare una direzione, non abbastanza per mostrare la tua incapacità di fermarti. dodici, quindici, venti immagini possono bastare per un portfolio selettivo, se hanno una relazione tra loro e non sembrano superstiti di naufragi diversi messi sulla stessa zattera. per progetti specifici puoi salire, certo, ma solo se la sequenza regge davvero, se ogni immagine aggiunge qualcosa, se non stai usando la lunghezza come anestesia, come fanno certi fotografi che chiamano “racconto” una serie di quarantadue variazioni sulla stessa indecisione.
la domanda da farti quindi è: cosa succede al portfolio se la tolgo?
se non succede niente, la foto era arredamento. e l’arredamento, nel portfolio, è pericoloso perché all’inizio sembra dare calore, poi ti ritrovi con una casa piena di mobili inutili e nessuno spazio per respirare. una foto che non cambia il ritmo, il senso, la direzione o la fiducia del portfolio probabilmente sta solo facendo numero. e fare numero è una cosa che lasciamo ai buffet tristi, alle liste elettorali e agli album di famiglia dove tuo zio compare in nove versioni identiche davanti allo stesso piatto di lasagne.
portfolio fotografico online
a un certo punto arriva la fase del sito. compri un dominio, scegli un tema minimale, possibilmente bianco, perché il bianco fa subito autore, carichi le foto, sistemi le gallerie, scrivi una bio in terza persona anche se sei tu e ti senti un idiota, metti “based in” seguito da una città che suona meglio in inglese, aggiungi una pagina contatti e per un pomeriggio provi la sensazione pericolosa di essere diventato reale. il portfolio fotografico online ha questo potere: ti dà l’illusione che organizzare bene il contenitore migliori il contenuto.
non lo fa.
un sito bello può rendere una buona selezione più chiara, più leggibile, più professionale. ma un sito bello con foto deboli è solo una bara costosa con una tipografia elegante. e internet è pieno di bare costose. portfolio pulitissimi, layout perfetti, transizioni delicate, griglie silenziose, bio con parole come identità, territorio, memoria, corpo, luce, assenza, e poi dentro fotografie che sembrano aver chiesto il permesso di esistere a qualcuno di molto stanco. il sito non deve compensare le immagini. deve sparire abbastanza da lasciarle respirare e abbastanza poco da non sembrare costruito durante una crisi di nervi su wordpress alle tre di notte.
per un riferimento più ordinato e meno nevrotico puoi leggere anche questa guida su come creare un portfolio fotografico, poi però torna qui, dove il problema non è soltanto dove mettere le foto, ma perché continui a salvare quelle sbagliate.
portfolio online, PDF, pagina privata, galleria per cliente, presentazione su tablet: sono strumenti diversi, non identità diverse. il PDF serve quando devi mandare qualcosa di compatto, mirato, non un’enciclopedia delle tue crisi estetiche. il sito serve a farti trovare, a mostrare una direzione generale. una galleria privata serve per lavori specifici. ma nessun formato risolve una selezione vile. se il portfolio non funziona, non è colpa del template. è colpa delle fotografie, dell’ordine, della mancanza di taglio, della tua paura di sembrare meno ampio, meno bravo, meno completo. e spesso, per sembrare completo, finisci per sembrare confuso.
se vuoi approfondire l’argomento leggi: quanto farsi pagare come fotografo
esempi di portfolio fotografico: guardare gli altri per odiarsi meglio
guardare esempi di portfolio fotografico è utile, ma va fatto con prudenza, possibilmente lontano da oggetti taglienti e da qualsiasi sito di vendita di attrezzatura. perché succede sempre la stessa cosa: apri il portfolio di qualcuno bravo e per dieci minuti ti sembra tutto chiarissimo. ecco. questa è coerenza. questo è tono. questa è direzione. questa persona ha capito. questa persona probabilmente si sveglia la mattina sapendo già che tipo di luce merita la sua vita. poi torni alle tue cartelle e trovi file chiamati “selezione_finale_vera_2”, “portfolio_forse”, “da_rivedere”, “belle_ma_non_so”, e capisci che la tua identità fotografica assomiglia più a un ripostiglio dopo un trasloco che a un progetto visivo.
ma guardare gli altri serve proprio perché fa male. ti mostra cosa significa scegliere. ti mostra che un portfolio forte non contiene tutte le possibilità di un fotografo, ma tutte le rinunce che ha avuto il coraggio di fare. questa cosa la dimentichiamo sempre. vediamo la coerenza e pensiamo che sia naturale, come se certe persone nascessero già con un archivio ordinato e un senso estetico depositato all’anagrafe. invece dietro ogni portfolio serio c’è quasi sempre un cimitero di fotografie eliminate, serie abortite, esperimenti imbarazzanti, immagini amate e sacrificate, scelte che all’inizio sembravano mutilazioni e poi diventano linguaggio.
il rischio, naturalmente, è copiare. vedere un portfolio che funziona e iniziare a desiderare non la forza di quella selezione, ma il suo costume. allora arrivano i soliti sintomi: improvvisamente vuoi fare tutto più minimale, più analogico, più scuro, più diaristico, più freddo, più nordico, più sporco, più “editorial”, parola che ormai viene usata per indicare qualsiasi cosa non sia una foto tessera ma non abbia nemmeno abbastanza coraggio da essere davvero sbagliata. guardare esempi serve solo se poi torni alle tue immagini con una domanda crudele: cosa sto cercando di fingere?
gli errori che rendono un portfolio fotografico una merda
il primo errore è mettere troppe foto, perché il troppo, nel portfolio comunica ansia. il secondo è mettere foto simili non perché costruiscono ritmo, ma perché non sai quale scegliere, e quindi decidi di scaricare la responsabilità su chi guarda, come quei ristoranti con ventisette pagine di menu dove capisci subito che niente sarà davvero buono. il terzo è mischiare lavori diversi senza una logica, sperando che la varietà sembri ricchezza e non un disturbo dell’attenzione. il quarto è aprire con una foto debole, che è come presentarsi a un colloquio dicendo subito che sei una persona puntuale “quando riesci”.
un portfolio sbagliato non dice solo “queste foto non funzionano”. dice molto di peggio. dice: non so guardarmi dentro. dice: non so scegliere. dice: ho paura di sembrare piccolo, quindi mi allargo fino a diventare informe. dice: confondo la fatica con il valore. dice: scambio la mia storia con l’interesse degli altri. dice: vorrei essere molte cose perché non so ancora quale ferita fotografare davvero.
questa è la parte utile, se riusciamo a non suicidarci di vanità mentre la guardiamo. un portfolio brutto è una diagnosi. non una condanna. ti mostra dove menti, dove accumuli, dove ti difendi, dove non hai ancora trovato il coraggio di tagliare. il problema è che noi vorremmo un portfolio che ci assolva, e invece un portfolio serio comincia spesso accusandoci.
se vuoi approfondire l’argomento leggi: lavorare gratis come fotografo


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