“quanto vuoi?”
è una domanda piccola, due parole appena, eppure riesce a fare più danni di un’intera portfolio review condotta da un fotografo famoso con gli occhiali costosi e l’aria di chi ha appena diagnosticato un tumore alla tua identità visiva. perché finché fotografi, bene o male, puoi ancora raccontarti che il problema sia la luce, il soggetto, la lente sbagliata, il cliente nervoso, il tempo, il mercato, instagram, la città, tua madre, dio, la sedia messa male sullo sfondo. ma quando qualcuno ti chiede quanto vuoi, lì non stai più parlando di fotografia. stai dicendo ad alta voce quanto pensi di valere, e quasi sempre lo fai con il tono di uno che sta chiedendo scusa per essere ancora vivo.
e quindi sì, quanto farsi pagare come fotografo non è una domanda sui prezzi, o almeno non soltanto; è il punto esatto in cui il mestiere smette di essere una fantasia romantica e diventa una cifra scritta nero su bianco, con tutta la vergogna, la paura e la piccola nausea amministrativa che ci portiamo dietro ogni volta che dobbiamo mandare un preventivo.
la cosa ridicola è che, prima di rispondere, nella testa si apre un piccolo consiglio di amministrazione composto dalle versioni peggiori di te stesso. c’è quello che dice di sparare alto, perché bisogna valorizzarsi, espressione che di solito viene pronunciata da persone che non hanno mai dovuto mandare un preventivo a uno che risponde “ci penso e ti faccio sapere” con la stessa freddezza con cui un medico comunica che purtroppo non c’è più niente da fare. c’è quello che dice di stare basso, perché magari poi il cliente accetta, magari da cosa nasce cosa, magari ti richiama, magari ti presenta qualcuno, magari la visibilità, magari il portfolio, magari una di quelle parole miserabili con cui abbiamo imparato a rendere dignitoso il fatto che stiamo per farci fregare. e poi c’è quello più pericoloso, quello educato, quello che vuole piacere a tutti, che suggerisce di aggiungere subito uno sconto prima ancora che qualcuno te lo abbia chiesto, una specie di autolesionismo commerciale mascherato da gentilezza.
quanto farsi pagare come fotografo, quindi, sembra una domanda economica, ma è quasi sempre una domanda psicologica con una ricevuta fiscale attaccata sotto. perché il prezzo di un servizio fotografico non misura solo il tempo, la postproduzione, l’attrezzatura, l’esperienza, gli spostamenti, le tasse, l’uso delle immagini e tutte quelle cose noiose ma necessarie che rendono un preventivo fotografico qualcosa di diverso da una cifra sputata a caso mentre cerchi di sembrare sicuro. misura anche la tua capacità di non tremare quando qualcuno, dall’altra parte, prova a rimpicciolire il lavoro con una frase tipo “ma è una cosa semplice”, che è sempre il momento in cui capisci che la semplicità, molto spesso, è il nome che gli altri danno alle cose che non vogliono pagare.
cosa devi calcolare prima di fare un preventivo fotografico
il problema dei prezzi, in fotografia, è che tutti vedono lo scatto e quasi nessuno vede il lavoro. vedono te che arrivi, monti due cose, dici a qualcuno di spostarsi leggermente verso la luce, scatti, sorridi, fai finta che la battuta del cliente sia divertente anche se dentro di te qualcosa ha appena chiesto l’eutanasia, poi torni a casa e, nella fantasia collettiva, il lavoro è finito lì. come se le fotografie si sviluppassero da sole dentro il computer per effetto della gratitudine cosmica. come se Lightroom fosse un piccolo folletto con problemi di insonnia. come se scegliere le immagini, correggerle, esportarle, rinominarle, caricarle, consegnarle, fare backup, rispondere ai messaggi e magari gestire anche le revisioni fosse una forma di hobby serale, tipo annaffiare le piante o guardare video di gente che restaura coltelli arrugginiti.
se vuoi approfondire l’argomento leggi: due scatti
prima di dire un prezzo devi fare una cosa molto poco romantica: contare. e contare, per un fotografo, è sempre umiliante, perché ti costringe a vedere quanta parte del tuo lavoro avevi deciso di cancellare per sembrare più leggero. devi contare le ore di preparazione, perché anche se il servizio dura due ore, magari prima ne hai passate altre due a scrivere, capire, organizzare, rispondere, guardare riferimenti, pensare a cosa portare, controllare batterie, schede, ottiche, indirizzo, parcheggio, meteo e quella piccola ansia logistica che nessuno paga mai ma che consuma vita con una precisione svizzera. devi contare gli spostamenti, che non sono teletrasporto emotivo. devi contare lo shooting, certo, ma anche la selezione, la postproduzione, la consegna, le eventuali modifiche, la licenza d’uso, l’urgenza, la complessità, l’attrezzatura che hai comprato, l’attrezzatura che si romperà, il software, l’archivio, le tasse, e soprattutto devi contare il fatto che mentre fai quel lavoro non ne stai facendo un altro.
questa è una cosa che i fotografi principianti spesso dimenticano, forse perché all’inizio si ha questa idea molto infantile del tempo, come se fosse una sostanza elastica, infinita, sempre recuperabile, un grande materasso sporco su cui buttare tutto. poi a un certo punto capisci che ogni lavoro sottopagato non ti costa solo fatica. ti occupa spazio mentale, ti sporca l’umore, ti impedisce di lavorare meglio, ti abitua a essere trattato peggio, e soprattutto ti insegna una cosa pericolosissima: che il tuo tempo vale solo quando qualcun altro decide che vale.
prezzi servizio fotografico: perché i range online servono ma non bastano
online puoi trovare qualunque cifra. prezzi per servizi fotografici, tariffe per fotografi freelance, listini per eventi, shooting, ritratti, aziende, matrimoni, e ogni tabella promette, con quella calma da bugiardo organizzato, di mettere ordine nel casino. il problema è che le tabelle servono, certo, ma servono come serve una cartina geografica quando sei ubriaco in una città che non conosci: ti danno un’idea generale, ma poi sei comunque tu quello che deve capire dove cazzo sta andando.
un servizio fotografico non costa una cifra perché lo dice internet. costa una cifra perché ha un peso. un ritratto di un’ora per una persona che vuole aggiornare linkedin non è la stessa cosa di una giornata aziendale con dieci persone da coordinare, un cliente che vuole consegna entro ventiquattro ore e un reparto marketing che usa parole come “autenticità” mentre ti chiede di far sembrare spontanea una scena che ha la naturalezza di un interrogatorio. una foto per uso personale non è la stessa cosa di una foto usata per vendere un prodotto, costruire un sito, fare una campagna, riempire brochure, sponsorizzate, cataloghi, social, presentazioni, comunicati stampa e tutto quel piccolo ecosistema in cui un’immagine smette di essere un ricordo e diventa uno strumento commerciale.
questa è la parte che molti clienti fingono di non capire e che molti fotografi hanno paura di spiegare: non stai vendendo solo file. stai vendendo un uso. una fotografia che resta nel cassetto non ha lo stesso peso di una fotografia che aiuta qualcuno a vendere qualcosa, a presentarsi meglio, a sembrare più credibile, più desiderabile, più professionale, più costoso di quanto magari sia nella realtà, che poi è una delle funzioni segrete della fotografia commerciale: rendere il mondo leggermente più convincente di quanto meriti.
quindi sì, guarda pure i prezzi degli altri, fatti un’idea, studia il mercato, capisci quanto costa un servizio fotografico nella tua zona e nel tuo settore, ma non trasformare quella ricerca in una condanna. se copi il prezzo di un altro senza sapere cosa include, quanto lavora, quanto paga di tasse, che clienti ha, che esperienza porta, che uso concede, che margini tiene e quanto sta mentendo a se stesso per sopravvivere, non stai facendo strategia. stai facendo una seduta spiritica con il listino di un estraneo.
quanto chiedere se sei un fotografo principiante
qui si apre uno dei piccoli inferni morali della fotografia. perché se sei all’inizio, da una parte sai di non poter chiedere quanto un professionista con anni di esperienza, clienti, metodo, sicurezza, consegne solide e quella calma un po’ irritante di chi ha già visto tutte le possibili forme del disastro umano durante uno shooting. dall’altra parte, se chiedi troppo poco, o niente, contribuisci a quella splendida tradizione per cui il fotografo principiante viene trattato come una risorsa rinnovabile, tipo l’aria, l’acqua piovana o gli stagisti durante la fashion week.
la verità, purtroppo, è meno comoda di una regola. all’inizio puoi anche fare lavori a prezzo basso, test, collaborazioni, progetti personali, scambi, esperimenti, cose strane, cose fatte per imparare, per costruire portfolio, per capire se sei capace di stare davanti a un cliente senza sudare come un testimone sotto pressione. il punto non è vietare tutto questo. il punto è sapere perché lo stai facendo. se fai un servizio gratis perché ti serve davvero per costruire immagini che vuoi avere, con una persona che rispetta il tuo tempo, dentro un progetto che ti interessa e con accordi chiari, quella può essere una scelta. se lavori gratis perché hai paura che dicendo un prezzo qualcuno sparisca, quella non è una scelta. è un ricatto che ti sei fatto da solo.
un fotografo principiante dovrebbe chiedersi una cosa molto semplice e molto fastidiosa: sto investendo su di me o sto finanziando il progetto di qualcun altro? perché la differenza è tutta lì. fare un test con una modella, un’attrice, un musicista, un designer, un amico che ti interessa fotografare può avere senso se entrambi portate qualcosa e nessuno finge che l’altro sia un fornitore mascherato. ma quando un cliente ha un’esigenza concreta, una scadenza, un uso commerciale, una richiesta precisa, magari pure un’estetica di riferimento presa da pinterest con quella crudeltà passivo-aggressiva delle immagini irraggiungibili, allora non è più “esperienza”. è lavoro. e il lavoro, anche quando non sei ancora Cartier-Bresson redivivo con partita iva, va pagato.
come scrivere un preventivo da fotografo senza chiedere scusa
il preventivo fotografico dovrebbe essere una cosa semplice: scrivi cosa fai, cosa consegni, quando lo consegni, quanto costa, cosa è incluso, cosa non è incluso, quali sono i diritti d’uso, quali sono i tempi di pagamento, quanto acconto serve, quante revisioni sono previste, quanto costano gli extra. sembra facile. poi lo apri davvero quel file, scrivi “preventivo servizio fotografico” in alto, e improvvisamente ti senti come se stessi redigendo una dichiarazione di guerra contro una persona che magari voleva solo delle foto decenti per il sito.
il punto è che molti fotografi scrivono preventivi come lettere di scuse. mettono attenuanti ovunque. “ti propongo”, “pensavo”, “eventualmente”, “se per te va bene”, “possiamo trovare una soluzione”, “fammi sapere cosa ne pensi”, e va bene essere gentili, per carità, nessuno sta dicendo di mandare preventivi con il tono di un sequestro di persona. però la gentilezza diventa pericolosa quando serve a nascondere il fatto che non credi abbastanza alla tua cifra. un preventivo non deve supplicare. deve chiarire. deve proteggere te e anche il cliente, perché un cliente che non capisce cosa sta comprando è un problema che esploderà più avanti, di solito quando tu pensavi di aver finito e lui ti scrive “scusa, possiamo provare una versione un po’ più wow?”, che è una frase che dovrebbe attivare automaticamente una sirena antiaerea.
scrivi il numero di immagini consegnate. scrivi se consegni solo file digitali o anche stampe. scrivi i tempi. scrivi quanto costa una consegna urgente. scrivi quante revisioni includi. scrivi che la postproduzione non significa rifare chirurgicamente la realtà finché il cliente assomiglia alla propria autostima nei giorni migliori. scrivi l’uso delle immagini, perché una foto profilo non è una campagna pubblicitaria e una campagna pubblicitaria non è un favore tra persone creative. scrivi l’acconto, perché l’acconto non è mancanza di fiducia. è un piccolo argine contro il caos. e soprattutto scrivi cosa non è incluso, perché spesso il dolore economico non nasce da quello che hai dimenticato di far pagare, ma da quello che hai lasciato immaginare gratis.
il prezzo minimo sotto cui stai pagando per lavorare
c’è un momento meraviglioso, nella vita di un fotografo, in cui fai i conti dopo un lavoro apparentemente pagato e scopri che, in realtà, hai finanziato il cliente. hai preso una cifra, certo, magari pure con una certa soddisfazione iniziale, poi togli gli spostamenti, le tasse, il tempo di scatto, il tempo di selezione, la postproduzione, l’attrezzatura, il software, il pranzo mangiato male in macchina, le ore passate a rispondere a messaggi, il fatto che hai consegnato trenta foto in più perché ti sembrava brutto fare il fiscale, e alla fine resta una somma così piccola che potresti guadagnarla più dignitosamente vendendo caldarroste durante una tempesta.
il prezzo minimo non è la cifra sotto cui il cliente dice no. questa è una cosa che dobbiamo stamparci da qualche parte, magari vicino al monitor, accanto ai post-it pieni di cose che non faremo mai. il prezzo minimo è la cifra sotto cui quel lavoro non ha più senso per te. sotto quella soglia non stai facendo gavetta, non stai costruendo futuro, non stai seminando, non stai investendo nella tua crescita. stai pagando per lavorare. e la cosa più triste è che spesso lo fai anche con gratitudine, perché qualcuno ti ha scelto, e quando hai passato anni a voler essere scelto, persino una fregatura può sembrarti una forma di amore.
se vuoi approfondire l’argomento leggi: per la fotografia ho perso tutto
per calcolare quel minimo devi essere meno romantico e più crudele. costo vivo, ore reali, postproduzione, uso delle immagini, margine, tasse. se il risultato ti sembra troppo alto, chiediti se è davvero troppo alto o se sei tu che ti sei abituato a pensare al tuo lavoro come a qualcosa che deve entrare nel budget degli altri senza fare rumore. perché il mercato esiste, certo, e non puoi ignorarlo come certi artisti che parlano di purezza finché non arriva la bolletta. ma anche il mercato è pieno di persone felicissime di trovare qualcuno disposto a svalutarsi da solo. non serve nemmeno trattare, a quel punto. fai tutto tu. ti presenti, abbassi il prezzo, aggiungi consegne, sorridi, ringrazi e magari ti senti pure professionale.
quindi quanto farsi pagare davvero?
non esiste una cifra universale, e chi te la vende probabilmente ha anche un pdf gratuito intitolato “trasforma la tua passione in business” e un funnel pieno di parole come abbondanza, valore e metodo definitivo. esiste però un modo meno stupido di arrivare a una cifra, che non risolve l’ansia ma almeno le dà una sedia su cui sedersi.
parti dal tempo reale, non da quello immaginario. se lo shooting dura due ore, ma tra preparazione, spostamento, selezione, postproduzione e consegna ne impieghi dieci, il tuo servizio non dura due ore. dura dieci ore. questa dovrebbe essere un’ovvietà, ma la fotografia è piena di ovvietà che impariamo solo dopo esserci fatti abbastanza male. poi aggiungi i costi vivi, l’attrezzatura, il software, le tasse, l’urgenza, il tipo di cliente, l’uso delle immagini e un margine che ti permetta non dico di arricchirti, perché non stiamo scrivendo fantascienza, ma almeno di non uscire da ogni lavoro con l’espressione di uno che ha appena donato sangue a un vampiro ingrato.
una formula minima, brutta ma utile, potrebbe essere questa:
ore reali + costi vivi + postproduzione + diritti d’uso + tasse + margine = prezzo minimo dignitoso.
poi sopra quel minimo puoi ragionare, modulare, adattare, fare pacchetti, decidere che un progetto ti interessa e vuoi venirgli incontro, oppure che quel cliente ha già l’aria di uno che userà la parola “velocemente” troppe volte e quindi bisogna aggiungere una tassa morale. ma almeno sai da dove parti. almeno non stai inventando una cifra per compiacere lo sguardo dell’altro. almeno, quando mandi il preventivo, non stai lanciando una bottiglia in mare con dentro la tua autostima piegata in quattro.
alla fine chiedere soldi per una fotografia resta una cosa strana. perché la fotografia è insieme oggetto e gesto, mestiere e desiderio, documento e vanità, lavoro e piccola malattia privata. forse è per questo che ci mette così a diventare adulta, nella testa di chi la fa e di chi la compra. però un preventivo, quando è fatto bene, non serve solo a farti pagare. serve a ricordarti che il tuo tempo ha un bordo, che il tuo lavoro ha un peso, che dire una cifra non significa essere avidi, ma smettere per un secondo di partecipare alla grande recita in cui tutti amano la fotografia finché non arriva il momento di pagarla.
FAQ
quanto farsi pagare per un servizio fotografico da principiante?
dipende dal tipo di servizio, dall’uso delle immagini, dal tempo reale e dalla tua esperienza, ma la domanda più importante è un’altra: stai facendo un progetto per imparare o stai risolvendo un problema a un cliente? nel primo caso puoi anche scegliere un prezzo basso, uno scambio o un test, purché sia chiaro e utile anche a te. nel secondo caso stai lavorando, e il fatto che tu sia all’inizio non significa che il tuo tempo debba diventare proprietà pubblica.
quanto costa un servizio fotografico professionale?
non esiste un prezzo unico, perché un servizio fotografico può voler dire molte cose diverse: ritratto, evento, shooting aziendale, prodotto, editoriale, campagna, reportage, contenuti per social, immagini per sito. cambiano durata, preparazione, postproduzione, consegna, diritti d’uso, urgenza e responsabilità. un prezzo serio nasce dal lavoro reale che serve, non dal numero di volte in cui premi il pulsante.
cosa deve contenere un preventivo fotografico?
un preventivo fotografico deve contenere almeno: tipo di servizio, durata, luogo, numero di immagini consegnate, livello di postproduzione, tempi di consegna, diritti d’uso, costo, acconto, modalità di pagamento, revisioni incluse, extra esclusi e condizioni per eventuali modifiche. più il preventivo è chiaro prima, meno dovrai fare terapia di coppia con il cliente dopo.
devo lavorare gratis come fotografo per farmi conoscere?
solo se sai esattamente perché lo stai facendo e cosa ottieni in cambio. lavorare gratis può avere senso per un progetto personale, un test, un portfolio costruito con criterio o una collaborazione vera. se invece qualcuno ha bisogno di fotografie per vendere, promuoversi, comunicare o apparire più professionale, allora non ti sta offrendo esperienza. ti sta chiedendo lavoro chiamandolo occasione.


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