FOTOGRAFIA PER ORGANI CALDI

lavorare gratis come fotografo senza sembrare un coglione

lavorare gratis come fotografo in cambio di visibilità

“non abbiamo budget, però ti diamo visibilità.”

questa frase dovrebbe essere stampata sui pacchetti di sigarette, sotto le fotografie dei polmoni devastati, perché anche lei promette qualcosa di piacevole mentre lentamente ti rovina dall’interno. non subito, ovviamente. all’inizio sembra quasi ragionevole. sei giovane, devi farti conoscere, devi costruire portfolio, devi entrare nel giro, devi seminare, devi fare esperienza, devi dimostrare, devi essere umile, devi avere pazienza, devi ringraziare pure, possibilmente, perché qualcuno ha avuto la bontà di offrirti la possibilità di lavorare gratis per il suo progetto, il suo brand, il suo evento, il suo ristorante, il suo profilo instagram, il suo piccolo sogno imprenditoriale finanziato interamente con il tempo degli altri.

lavorare gratis come fotografo, detta così, sembra una cosa semplice da giudicare. uno immagina subito due fazioni molto comode: da una parte i puri, quelli che dicono mai gratis, mai, nemmeno per tua madre, nemmeno per il funerale del tuo cane, perché il lavoro si paga e la dignità non si sconta; dall’altra i pragmatici, quelli che ti spiegano che all’inizio devi fare gavetta, che nessuno nasce professionista, che se non hai portfolio non puoi pretendere, che devi metterti in gioco, che bisogna creare occasioni, che bisogna fare networking, parola che mi ha sempre dato l’idea di un acquario pieno di persone che si scambiano biglietti da visita mentre lentamente finiscono l’ossigeno.

la verità, come sempre, è più bastarda e si presta meno a essere messa in una grafica quadrata con un font motivazionale. perché sì, a volte lavorare gratis può avere senso. può essere un test, un progetto personale, un esperimento, una collaborazione vera, una cosa che fai perché ti serve, perché vuoi quelle immagini, perché hai scelto tu il rischio, il tempo, l’energia e perfino la piccola umiliazione di non guadagnarci niente. il problema comincia quando non stai più scegliendo. quando qualcuno chiama opportunità quello che, con una parola meno profumata, si chiamerebbe lavoro. quando ti chiede fotografie per vendere, promuovere, comunicare, riempire un sito, rendere credibile un prodotto, far sembrare vivo un locale, professionale un brand, desiderabile una persona, e poi ti spiega che purtroppo budget non ce n’è, ma il progetto è bellissimo.

i progetti bellissimi, ho notato, hanno spesso questa curiosa caratteristica: sono bellissimi soprattutto quando nessuno esce una lira.

quando la visibilità ti fotte

la visibilità è una moneta straordinaria perché non ha valore, non ha cambio, non ha scadenza, non ha garanzia, non ha banca centrale e non puoi usarla nemmeno per comprare un pacco di batterie stilo, però continua a circolare con una sicurezza che farebbe invidia all’euro. ti dicono che avrai visibilità e tu, soprattutto all’inizio, senti una piccola parte del cervello accendersi come un’insegna difettosa. magari funziona. magari mi taggano. magari mi vedono. magari qualcuno mi scrive. magari da cosa nasce cosa. questa frase, “da cosa nasce cosa”, dovrebbe essere studiata in criminologia, perché ha giustificato più autosfruttamento lei di qualsiasi manuale motivazionale per freelance con la tazza “do what you love”.

il problema non è che la visibilità non esista. esiste. esiste come esiste il colesterolo, l’umidità nei muri e quella persona che commenta “wow” sotto ogni foto senza averla guardata. il punto è capire quanta visibilità, verso chi, con quale ritorno, in quale contesto, con quali accordi, con quale uso delle immagini e soprattutto a beneficio di chi. perché se un brand ti dice che ti darà visibilità ma poi userà le tue fotografie per vendere qualcosa, la domanda non è se quella visibilità sia reale. la domanda è perché la sua visibilità dovrebbe pagare il tuo lavoro mentre le tue fotografie pagano il suo fatturato.

c’è una cosa quasi commovente nella precisione con cui certe persone riescono a non avere budget proprio per la fotografia. hanno budget per il locale, per gli arredi, per il catering, per le sponsorizzate, per la stampa, per l’agenzia, per il sito, per il social media manager che scrive caption in cui ogni prodotto diventa un’esperienza, per i palloncini, per il dj, per i fiori, per il noleggio della location, forse perfino per quei neon con frasi inglesi che fanno sembrare qualsiasi stanza l’atrio di una startup morta male. poi arrivano alle fotografie e improvvisamente il budget evapora, come certe promesse dopo la consegna dei file.

se vuoi approfondire l’argomento leggi: quanto farsi pagare come fotografo

e naturalmente la colpa non è solo loro. sarebbe troppo comodo, e le cose comode di solito puzzano di autoassoluzione. amen. la colpa è anche nostra, perché a volte abbiamo così tanta fame di essere scelti che confondiamo qualsiasi richiesta con un riconoscimento. qualcuno ci vuole. qualcuno ha pensato a noi. qualcuno ha visto le nostre foto e ha deciso che, per quanto non abbastanza da pagarle, sono comunque abbastanza da usarle. è una forma di amore tossico, ma quando sei giovane, insicuro, economicamente fragile o semplicemente disperato di entrare in una stanza in cui pensi stiano succedendo le cose importanti, anche l’amore tossico può sembrare una porta aperta.

lavorare gratis come fotografo principiante: quando ha senso e quando no

lavorare gratis come fotografo principiante è uno di quei temi che andrebbero maneggiati con i guanti, oppure con una pinza da laboratorio, perché basta poco per dire una cosa giusta nel modo sbagliato e far scoppiare un casino. se sei all’inizio, non hai ancora un portfolio solido, non sai bene come gestire una persona davanti all’obiettivo, non hai capito come consegnare un lavoro senza passare tre giorni a odiare ogni tua singola scelta di vita, è normale fare esperimenti. è normale sbagliare gratis, almeno ogni tanto. è normale costruire immagini che ti servono più dei soldi, perché a un certo punto quelle immagini diventano il modo con cui potrai chiedere soldi senza sembrare uno che vende fumo in formato jpeg.

ma un test non è un favore. una collaborazione non è un lavoro gratuito. un progetto personale non è la versione carina dello sfruttamento. se decidi tu cosa fotografare, con chi farlo, come usarlo, cosa ottenere, quali immagini costruire e perché ti servono, allora forse stai investendo. se invece qualcuno arriva con una richiesta precisa, una scadenza, un brief, un’estetica già decisa, un uso commerciale, un bisogno di comunicazione e la meravigliosa frase “però per ora non possiamo pagarti”, allora non stai facendo esperienza. stai lavorando gratis come fotografo per qualcuno che ha imparato a chiamare gavetta il tuo impegno.

la differenza sta nel controllo. se tu scegli, può essere formazione. se scelgono gli altri e tu paghi con le tue ore, è un lavoro travestito da occasione. e le occasioni, in fotografia, hanno spesso questa faccia ambigua da persona che ti abbraccia mentre cerca il portafoglio nella tasca dietro.

il fotografo principiante dovrebbe imparare presto una cosa che purtroppo si capisce quasi sempre tardi: non tutto quello che ti fa fare esperienza ti fa crescere. alcune esperienze ti insegnano solo a essere sfruttabile. ti insegnano a non chiedere, a non chiarire, a non mettere limiti, a consegnare più del dovuto, a ringraziare chi ti usa, a sorridere mentre qualcuno decide che il tuo tempo vale zero ma il suo progetto vale moltissimo. e questa non è umiltà. è addestramento.

collaborazioni fotografiche gratis: scambio o sfruttamento?

la parola collaborazione è bellissima, infatti viene usata spesso per coprire cose orrende. collaborazione dovrebbe voler dire che ognuno porta qualcosa e ognuno ottiene qualcosa. io porto le fotografie, tu porti la tua presenza, la location, dei vestiti, un progetto, un’idea, una possibilità reale. ci sediamo, decidiamo, costruiamo, usiamo entrambi le immagini, nessuno finge di essere il benefattore dell’altro. in quel caso va bene. può essere anche una delle parti più sane della fotografia, perché fuori dal mercato, ogni tanto, succedono cose più vive di quelle nate dopo un preventivo.

poi c’è la collaborazione fotografica gratis come la intendono molti, cioè una richiesta di lavoro con il sorriso. “facciamo una collaborazione” significa spesso: tu fai le foto, io le uso, magari ti taggo se mi ricordo, magari ti scrivo “crediti?” nei commenti con l’aria di chi sta consegnando un’onorificenza al valore civile, magari ti faccio conoscere qualcuno che, con grande probabilità, un giorno ti proporrà un’altra collaborazione gratis. è una catena alimentare curiosa, quella della visibilità: tutti promettono di nutrirti, ma alla fine sei sempre tu quello che viene mangiato.

se vuoi approfondire l’argomento leggi: due scatti

il modo più semplice per capire se una collaborazione è vera è fare domande molto noiose. a cosa servono le immagini? dove verranno usate? per quanto tempo? chi le pubblica? chi le modifica? chi decide la selezione? ci sono crediti? c’è un accordo scritto? posso usarle anch’io? cosa ottengo, concretamente, oltre alla speranza di svegliarmi famoso perché un profilo con tremila follower ha scritto il mio nome in piccolo sotto una foto? le domande noiose salvano la vita. non rendono il mondo più romantico, certo, ma nemmeno la gastrite lo è.

e qui arriva la parte in cui bisogna essere onesti anche con se stessi. se accetti una collaborazione perché ti interessa, fallo. se la accetti perché ti serve, fallo. se la accetti perché hai deciso che quella persona, quel progetto, quelle immagini possono davvero darti qualcosa che non sia solo un applauso registrato, fallo. ma non chiamarla networking se in realtà è solitudine. non chiamarla occasione se l’unica cosa certa è che qualcuno avrà fotografie gratis e tu, forse, un altro file da aggiungere a una cartella chiamata “portfolio” con dentro più speranze che immagini riuscite.

pagare in visibilità non paga il tuo tempo

la frase “ti paghiamo in visibilità” funziona perché prende una cosa di cui ogni fotografo ha bisogno e la trasforma in ricatto morbido. la visibilità serve, certo. se nessuno vede il tuo lavoro, il tuo lavoro resta in quella specie di cantina emotiva dove molti fotografi conservano immagini, rancori e hard disk pieni di nomi incomprensibili. ma la visibilità non può diventare la scusa con cui gli altri si comprano il tuo tempo senza passare dalla cassa. anche perché il tempo ha una qualità molto fastidiosa: se lo dai via, non torna. non torna sotto forma di like, non torna sotto forma di tag, non torna sotto forma di “grande lavoro bro”, non torna sotto forma di una storia instagram vista da persone che stavano probabilmente sul water.

ogni volta che lavori gratis per qualcuno che avrebbe dovuto pagarti, non stai soltanto perdendo soldi. stai creando un precedente. per te, per quel cliente, per il fotografo che verrà dopo, per il mercato piccolo e miserabile in cui tutti si conoscono abbastanza da chiedersi favori ma non abbastanza da rispettarsi davvero. stai dicendo che quel lavoro può costare zero. stai dicendo che il tuo tempo è una materia molle, negoziabile, sacrificabile, soprattutto se dall’altra parte c’è qualcuno bravo a pronunciare parole come progetto, community, crescita, opportunità, sinergia, futuro. parole enormi, spesso usate per nascondere una cosa minuscola: non vogliono pagarti.

la cosa ironica è che chi ti propone visibilità di solito non accetterebbe mai di essere pagato nello stesso modo. prova a dire al proprietario del locale che lo pagherai taggando il suo aperitivo. prova a dire al grafico che avrà esposizione. prova a dire al tipografo che il suo nome comparirà in piccolo nel retro del flyer. prova a dire al commercialista che, se ti fa la dichiarazione dei redditi gratis, tu parlerai benissimo di lui nelle storie. improvvisamente tutti ricordano che il lavoro ha un costo. è una memoria selettiva affascinante, quasi poetica, se non facesse venire voglia di staccarsi la pelle dalla faccia.

se vuoi approfondire l’argomento leggi: ho perso tutto

come dire no senza sentirti un ingrato

dire no è difficilissimo, soprattutto quando hai passato anni a interpretare ogni richiesta come una piccola prova d’esistenza. ti scrivono, ti chiedono, ti cercano, e una parte di te pensa ancora che dovresti essere felice. dovresti ringraziare. dovresti accettare perché chissà, magari questa è quella buona, magari finalmente succede qualcosa, magari il mondo si accorge che ci sei. il fotografo, soprattutto quando non è ancora sicuro di sé, vive spesso in una condizione da animale domestico dell’approvazione: basta una carezza e dimentica chi gli sta mettendo il guinzaglio.

dire no non significa diventare arrogante. questa è un’altra bugia che ci raccontiamo per continuare a farci usare. dire no significa semplicemente mettere un perimetro al proprio tempo. puoi farlo con educazione, senza scrivere manifesti, senza pubblicare stories indignate, senza trasformarti in un sindacalista. “grazie per aver pensato a me, ma non lavoro gratis su progetti con uso commerciale.” “posso prepararti un preventivo.” “per collaborazioni gratuite valuto solo progetti personali utili anche al mio portfolio.” “se il budget non c’è, possiamo ridurre il lavoro, non azzerare il valore.” frasi normali, quasi noiose, che però hanno l’effetto miracoloso di separare chi cerca un fotografo da chi cerca una persona usa e getta.

e poi bisogna sopportare il silenzio dopo il no. perché spesso è lì che capisci tutto. chi era davvero interessato al tuo lavoro magari torna, chiede, tratta, trova una soluzione, ridimensiona, prova a capire. chi cercava solo lavoro gratuito sparisce con una velocità quasi imbarazzante, come certi insetti quando accendi la luce. e quella sparizione, che all’inizio fa male, col tempo diventa una forma di pulizia. non hai perso un cliente. hai perso una perdita di tempo grazie a una mail educata.

lavorare gratis come fotografo: quando la fame sembra una strategia

la parte più amara è che lavorare gratis come fotografo, spesso, non nasce dalla generosità e nemmeno dalla stupidità. nasce dalla fame. fame di entrare. fame di essere visto. fame di poter dire che stai facendo qualcosa. fame di non sentirti fermo mentre gli altri sembrano tutti muoversi dentro una vita più luminosa, più coerente, più piena di backstage e tag importanti. fottuta FOMO. e quando hai fame, lo sappiamo, mangi anche cose che ti faranno male. mangi complimenti. mangi promesse. mangi frasi come “poi ti facciamo sapere”. mangi visibilità, che ha il sapore dell’aria fritta e la consistenza morale di una stretta di mano sudata.

io non mi fido di chi dice che non bisogna mai lavorare gratis con il tono di chi non ha mai avuto bisogno di lavorare gratis. mi fido di più di chi ci è passato, si è fatto fregare, ha detto sì quando voleva dire no, ha consegnato file a persone che poi non hanno nemmeno scritto grazie, ha visto le proprie foto pubblicate senza tag, tagliate male, filtrate peggio, usate come se fossero nate spontaneamente nel telefono di qualcun altro. mi fido di chi non ha più voglia di fare il puro perché sa benissimo quanto sia facile diventare complici della propria svalutazione quando l’alternativa sembra l’invisibilità.

forse il punto non è smettere per sempre di lavorare gratis. forse il punto è smettere di mentire sulle ragioni per cui lo facciamo. se lo fai per scelta, chiamala scelta. se lo fai per paura, chiamala paura. se lo fai perché ti serve portfolio, sii spietato: ti serve davvero o stai solo aggiungendo altre immagini mediocri a una cartella già abbastanza confusa? se lo fai per visibilità, chiediti quanta, da chi, verso cosa, con quale ritorno possibile e con quale costo reale. perché la visibilità, quando non porta niente, non è esposizione. è soltanto luce accesa su una stanza vuota.

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